mercoledì , 20 settembre 2017
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La terracotta: materiale povero?

Il “pastore” interamente di terracotta riveste un particolare significato simbolico e per tale motivo, e non soltanto per ragioni economiche, il presepe popolare napoletano è popolato da figure modellate in questo materiale.

Ho affermato più volte che il presepe popolare napoletano non dovrebbe essere animato che da figurine (i “pastori”) interamente in terracotta policroma. Naturalmente, se non se ne ha la possibilità, si adoperano anche figurine di altro materiale: per esempio di plastica.

Quest’ultimo materiale ha la prerogativa di consentire una maggiore definizione dei particolari e una maggiore finezza, ma non può evitare una certa freddezza e, talvolta, una certa leziosità, che contrasta con il carattere dell’evento raffigurato.

Ancora una volta, devo sottolineare che, per realizzare un presepe convincente, il contenuto del messaggio non può prescindere dalla forma.

Mi sembra perciò opportuno insistere su due aspetti.

Il primo è che importante è fare il presepe. Adopera il materiale che vuoi, segui le tecniche che conosci, compra i “pastori” che ti puoi permettere, ma comunque a Natale impreziosisci la tua casa con un bel presepe.

Tuttavia, se puoi, fa’ in modo che il tuo presepe sia veramente bello, intendendo con questo aggettivo due fattori essenziali:

a) che sia aderente alla tradizione

b) che rispecchi la tua personalità

Questo perché chi visita il tuo presepe possa

a) avere l’impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di noto

b) riconoscere l’impronta personale che tu gli hai voluto imprimere.

Insomma, è lo stesso fenomeno che accade quando si comunica, parlando una determinata lingua: questa è qualcosa di noto, di già dato, che però ogni parlante adopera secondo il proprio stile.

Per continuare nel paragone con la lingua, quando si produce un messaggio, questo può ricevere un sovrappiù di significato da altri elementi apparentemente estranei al messaggio stesso: per esempio, anche le pagine che scrivo sull’argomento “presepe” ricevono un senso diverso a seconda che io adoperi il libro o il web. Già questa scelta determina lo stile che devo adoperare, perché il “pubblico” è diverso.

Se partiamo da questo tipo di considerazioni, non è quindi indifferente che si adoperino per il presepe dei “pastori” di plastica, o addirittura di resina, oppure i tradizionali “pastori” interamente in terracotta.

Da qualche tempo, gli artigiani hanno poi ripristinato l’uso del “pastore” vestito, per ricollegarsi alla grande tradizione del Settecento e dell’Ottocento. In questo tipo di pastore sono di terracotta la testa, le mani ed i piedi, innestati su un manichino fatto, in genere, di stoppa con un’anima di fil di ferro.

La mia preferenza, come  ho già detto, va al “pastore” interamente di terracotta.

Questo perché, a mio parere, se il pastore vestito ha superficialmente una maggiore verisimiglianza, offre cioè un’immagine più vicina alla realtà, la terracotta affonda le radici in una somiglianza profonda con l’uomo.

Infatti, ricorderai che, per fare l’uomo, Dio raccolse un pugno di terra, lo modellò e in questo prototipo infuse un soffio del suo Spirito.

Non è solo la Bibbia a narrare in questo modo la creazione dell’uomo. Anche i Greci avevano un racconto simile. Prometeo aveva modellato l’uomo intridendo la terra con le proprie lacrime.

Inoltre, in moltissime lingue, la parola che designa l’uomo deriva dalla parola che designa la terra.

Ecco perché ho detto che il “pastore vestito” ha con la realtà una somiglianza solo di superficie, mentre il pastore di terracotta rinvia alla nostra realtà profonda che è quella di esseri fatti di terra e che alla terra devono fare ritorno.

"Anime purganti" in terracotta da San Gregorio Armeno
“Anime purganti” in terracotta da San Gregorio Armeno

Ma nello stesso tempo, siamo “terra” che ha ricevuto il soffio potente e rovente di Dio.

Anche gli antichi amavano la terracotta.

Un consiglio per le tue vacanze: se hai l’abitudine di visitare dei Musei, ti prego di non trascurare, come si fa di solito, le sale in cui sono esposte le opere in terracotta. Potrai vedere che queste sculture, modeste solo in apparenza, non hanno nulla da invidiare alla scultura in marmo.

Gli Etruschi soprattutto esprimevano la loro arte con questo materiale che, secondo me, non era scelto tanto in base al suo modesto costo, quanto al suo valore simbolico. Gli scavi hanno restituito una grande quantità di ex voto costituiti da figurine di terracotta, con le quali i fedeli intendevano affidare alla divinità la propria persona, nella consapevolezza del legame simbolico tra l’uomo e la terra.

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Immagini di divinità in terracotta. Museo di Paestum. Foto dell’autore

Anche il procedimento di lavorazione di una figura di terracotta simbolicamente ripete i gesti di Dio: gli antichi artigiani ne erano profondamente convinti.

Ma di questo ti parlerò un’altra volta.

Per ora, voglio porti una domanda: hai mai provato nella tua vita il desiderio e il piacere di modellare con le tue mani una figurina di creta? Certamente sì, quando eri ragazzo ed andavi a scuola. Poi hai smesso. Perché? Probabilmente per lo stesso motivo per il quale hai smesso di disegnare: perché qualcuno ti convinse che non eri Michelangelo e che disegnare e modellare non era per te.

Davvero è incredibile quanto male possa fare un certo tipo di scuola, accanto all’innegabile bene che quotidianamente la scuola opera.

Allora, perché non riprendi le matite e la creta e non ricominci da capo? “Non è mai troppo tardi”, come diceva il maestro più amato d’Italia: e fare il presepe può essere la spinta per riscoprire quelle capacità creative e artigianali che tutti possediamo, ma che non sempre sappiamo mettere in pratica, per pigrizia o semplicemente per sfiducia.

Se vorrai, ti darò qualche indicazione perché tu possa riscoprire l’artista che è in te, almeno per quanto riguarda “fare il presepe”.

 

 

 

6 commenti

  1. Terra = Uomo

    Caro Professore,
    leggendo l’articolo, questa sera, mi è venuta alla mente “la cara e buona immagine paterna” del comune amico Don Giuseppe Rassello!
    Ricordo che una domenica mattina di tanti anni fa, seduti entrambi nella sagrestia della chiesa di Santa Maria della Catena, con amore mi spiegò il legame che unisce le parole “homo”, “humus”, “humilitas”, senza far ovviamente mancare un esplicito riferimento al Sommo Poeta.
    Mi raccontò che visitando una chiesa romana (non ricordo quale, però!), si soffermò dinanzi ad una statua di donna che, sul palmo della propria mano destra, reggeva una sfera su cui era scritto “humilitas”.
    “Lo sai perchè la palla è il simbolo dell’umiltà?”, mi chiese. “Perchè con quanta più forza tu la scaraventi per terra, tanto più essa sale al cielo! E così anche l’Uomo: quanto più si umilia, più facilmente pregusta le Bellezze Celesti. Pensa a Dante”, mi disse. “Ricordi i primi versi del XXXIII canto del Paradiso?”. E qui li recitò a memoria:

    “Vergine madre, figlia del tuo Figlio,
    umile ed alta più che creatura,
    termine fisso d’eterno consiglio”

    “Lo vedi? Anche Dante accosta i due aggettivi “umile” ed “alta”.
    L’umiltà, lo scendere a terra, consente all’Uomo di salire, di andare in alto!
    La umile Vergine, con il Suo “Sì” a Dio, ha accolto nel proprio grembo il Cristo Gesù!”

    Una spiegazione meravigliosa che, a distanza di anni, ancora mi riecheggia nel cuore!

    Buona serata, caro Professore.
    A prestissimo.

    Giovanni

    • Caro Giovanni, grazie per avere ricordato la figura del caro e sempre rimpianto, per noi che siamo stati suoi amici, Don Giuseppe Rassello, parroco di San Severo e di Santa Maria della Sanità in Napoli. Per me fu un amico fraterno e posso vantarmi di non avere rinnegato la sua amicizia neanche nei tempi più duri, dichiarandomi sempre orgoglioso di averlo conosciuto. Vero uomo di fede, come non sempre è dato incontrarne. Uomo di profondissima cultura e scrittore di pagine memorabili. Anzi, sai che faccio? Mi metto immediatamente all’opera e scrivo un articolo che lo riguarda. A leggerci tra pochi giorni, caro Giovanni, e ancora grazie.

  2. Da bambino quando papà mi insegnava a “fare il presepe” alternandone, di anno in anno, la costruzione con i due materiali che prediligeva, il sughero e la carta, mi ricordo che fecero la loro comparsa i pastori di plastica su alcune bancarelle allestite durante il periodo natalizio a Sorrento. Chiesi a mamma di comprarmi alcune di queste figurine, ma nel vederle il giudizio di papà fu lapidale ed inappellabile: “Sono senza vita, non hanno anima” contrapponendo ad esse tutta la bellezza dei pastori di terracotta a cui teneva tanto. Non contento gli dissi che erano fragili e bisognava incollarli svariate volte con la cera a caldo evitando soprattutto le possibili dolorose scottature, ma egli mi rispose che proprio in quella fragilità, tanto simile alla nostra, era custodita la loro bellezza.
    Sono proprio curioso, caro Italo, di leggere la “seconda parte” di questo articolo così interessante: mi incuriosisce la questione della lavorazione delle figure in terracotta e i gesti di Dio.
    Un caro saluto
    Mariano

    • Caro Mariano, tuo padre aveva proprio ragione. Ma era anche normale che un ragazzetto fosse attirato dalle eleganti figurine di plastica. Ricordo che neanche io riuscii, da ragazzo, a sottrarmi al fascino di una seducente “araba” che si recava ad attingere acqua con la brocca levata su una spalla, con le flessuose curve da ballerina. Purtroppo, per i miei primi presepi dovetti adattarmi proprio alle figurine di plastica. Solo più tardi riuscii a riprendere la tradizione dei pastori di terracotta.
      Per il seguito, dovrai attendere a settembre. Non è un articolo facile, neanche dal punto di vista della documentazione fotografica. Ma da qualche parte sul web dovrebbe esserci già qualche spunto, se vai a cercare “italo sarcone – realizzazione di un pastore in terracotta”. Buone vacanze di agosto, a te e alla tua famiglia.

  3. Buongiorno professore. Ammetto di aver fino adesso adoperato pastori in plastica, pur dando loro il mio tocco personale modificandone pose e colori. I suoi articoli però mi hanno definitivamente convinto a ricorrere alle figure di terracotta, di non facile reperibilità dalle mie parti quindi mi sono deciso a provare a farle da solo. Il progetto mi riempie di entusiasmo ed è bello come dice lei tornare a modellare e dar libero sfogo alla propria creatività e fantasia come dei bambini anche se si è ormai arrivati ai 30 anni. Al riguardo ho una domanda da farle: quale scala è preferibile per fare i primi pastori in terracotta disponendo di un esiguo spazio domestico per allestire il presepe? Fino adesso ho adoperato figure molto piccole, le “Moschelle”, di circa 3 cm perché le cose piccole mi hanno sempre affascinato, penso che celino la vera grandezza. Anche Gesù si è fatto piccolo per venire tra noi. Inoltre la scala molto piccola mi permetteva di creare un paesaggio proporzionalmente più grande e ricco di elementi. Però per le figure in terracotta vorrei adottare una scala maggiore, sia perché mi verrebbe difficile modellare figure troppo piccole sia per meglio apprezzare i particolari delle stesse. Infine vorrei ricollegarmi al suo riferimento tra la natura umana e la figura di terracotta, materiale fragilissimo ma potenzialmente “eterno”, come sa ogni archeologo che spesso si ritrova come unica traccia del contesto che sta studiando solo dei frammenti di questo materiale. Quanto ci rispecchia questa condizione! Ci “rompiamo” con nulla ma anche noi possiamo aspirare all’eternità con la Grazia del Signore!

    • Grazie, signor Francesco, delle sue osservazioni, alle quali non ho davvero nulla da aggiungere. Per quanto riguarda la scala dei pastori di terracotta, credo che la migliore sia quella che va dai dieci ai quindici centimetri; quella usata normalmente nei presepi popolari napoletani è di poco inferiore. Questa scala consente una lavorazione accurata nei particolari e anche una più facile riproducibilità mediante lo stampo. Ma, naturalmente, ognuno può variare le misure secondo le proprie esigenze.I pastori che usai per il videocorso, per esempio, erano di circa sei centimetri.

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