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La Sibilla nella poesia nell’arte e sul presepe: la Zingara

La Sibilla è un personaggio enigmatico della tradizione classica, al limite tra mito e storia, una sacerdotessa connessa al culto di Apollo. Essa è stata accolta nella tradizione cristiana accanto ai Profeti dell’Antico Testamento. Dopo averla incontrata nei testi sacri, nell’arte e nei classici, la ritrovai sul presepe popolare sotto le spoglie della Zingara.

Voglio qui approfondire uno dei personaggi fondamentali del presepe popolare napoletano, la Zingara, in cui risuonano, come ho già scritto, gli echi del passato, in connessione con la Sibilla.

Come la Zingara, la Sibilla è un personaggio enigmatico e intrigante che mi venne incontro molto presto.

Ero un ragazzino che aveva fatto da poco la prima comunione, quando il Parroco, avendo notato la mia facilità di apprendimento, mi chiese se volevo imparare a servire la Messa. Naturalmente accettai subito, con entusiasmo: essere ammessi sull’altare, mentre gli altri restavano al di là della balaustrata, era un onore, all’epoca, riservato a pochi. Inoltre, ero studente della scuola media e muovevo i primi, ma decisi passi, nell’apprendimento del latino e, come saprai, era in questa bellissima lingua che era celebrata la Messa. Fu così che per me il latino fu prima la lingua del Messale e poi quella dei Commentari di Giulio Cesare (me la cavavo, comunque, egregiamente nell’una e nell’altra).

Così, un giorno, mi trovai a servire una Messa solenne in San Giovanni Maggiore, una splendida chiesa che per un napoletano è ricca di reminiscenze storiche, mitiche, poetiche.

Questa chiesa, la cui fondazione si faceva risalire addirittura all’imperatore Costantino, era una delle quattro parrocchie in cui era divisa la Napoli cristiana dei primi secoli (le altre tre erano Santa Maria Maggiore, San Giorgio Maggiore, i Santi Apostoli: Julius Beloch le faceva coincidere con le quattro regiones della Neapolis greco romana; non so se avesse ragione, ma questa è un’altra storia).

In quel luogo una tradizione erudita poneva il sepolcro della Sirena Partenope, la cui leggenda ho più volte narrata in queste pagine: una lapide interessantissima, posta all’interno della chiesa, e che è la pietra di fondazione della chiesa stessa, invoca la protezione del Cristo su Partenope e un’altra lapide di molti secoli successivi si preoccupa di ammonire che “Partenope” è semplicemente il nome di Napoli e non quello della Sirena.

Ma, io, allora, ragazzetto della terza classe della scuola media, tutte queste cose non le sapevo ancora. Ero semplicemente affascinato dal coro ligneo, in cui prendevo posto in uno degli stalli inferiori, mentre sugli stalli superiori c’erano i canonici della collegiata che eseguivano il canto gregoriano, senza accompagnamento di organo (canto fermo, si diceva con termini tecnici).

A un certo punto, uno dei canonici, levatosi in piedi, intonò:

Dies irae, dies illa

Il coro proseguì:

solvet saeclum in favilla

teste David cum Sibylla…

Il significato era chiaro: il canto evocava il Giudizio universale, in cui tutti gli uomini risorgeranno per rispondere a Dio, al Cristo giudice, delle proprie azioni, dalla prima all’ultima. “Giorno d’ira, sarà quel giorno che dissolverà il mondo (e tutta la sua storia) nel fuoco: lo attestano Davide e la Sibilla”.

Ora, se il riferimento a Davide e ai Salmi era comprensibile, un po’ meno lo era quello alla Sibilla, personaggio di cui ancora non sapevo nulla.

Naturalmente, tornato a casa, compii una piccola ricerca sul dizionario e trovai che “sibilla” era il nome dato nell’antichità classica ad alcune sacerdotesse che si credeva fossero dotate di virtù profetiche.

Ne fui un po’ perplesso: non che i due personaggi, Davide e la Sibilla, fossero testimoni di qualcosa che ancora doveva avvenire (la lettura della Bibbia mi aveva già abituato al fatto che i profeti parlano come se avessero il futuro davanti agli occhi), ma che in un testo sacro fosse menzionato un personaggio dell’antichità classica, cioè “pagana”.

Poi, dimenticai la Sibilla; in fondo ero solo un ragazzino e avevo altro a cui pensare; finché, in un un libro d’arte, non incontrai Michelangelo e la sua sublime pittura dispiegata nella Cappella Sistina. Qui, vi erano non una, ma più Sibille, alternate con i Profeti dell’Antico Testamento, Isaia, Geremia, Daniele, Ezechiele, Giona…

Infine, lessi per intero l’Eneide di Virgilio: al libro VI, nel quale si racconta la discesa agli inferi compiuta da Enea che da Troia, attraverso varie peripezie, è giunto in Italia a fondarvi un nuovo regno, si incontra nuovamente la Sibilla, la quale guida l’eroe attraverso il regno dell’Oltretomba.

Se, dunque, le Sibille erano più d’una, “Sibilla” non era un nome personale, ma un appellativo sacro che indicava un particolare tipo di veggente; se Platone parla di una sola Sibilla, quella Eritrea, altri autori antichi, specialmente della tarda antichità, riportano una serie di notizie e di nomi che permettono di individuarne un numero considerevole e di redigerne quasi una specie di catalogo. Probabilmente, in origine vi era un’unica veggente, di cui tutte le altre (la Delfica, la Frigia, la Libica, la Cumana, la Tiburtina e così via) sarebbero delle trasposizioni

Quella per noi più interessante è senz’altro la Cumana, quella del libro VI dell’Eneide, alla quale Virgilio dà il nome di Deifobe.

lago averno
Il lago d’Averno, in una antica stampa.

 

Una tradizione, purtroppo infondata, seppure bella, poneva la sua dimora in una grotta sulla riva del Lago d’Averno, nei Campi Flegrei. La tradizione è frutto di un equivoco, poiché sia la lettura di Virgilio sia l’archeologia dimostrano che la Sibilla dimorava in un antro sotto la rocca di Cuma, dove appunto Enea la incontra.

particolare lago averno
Particolare della stampa  del lago d’Averno.
Un personaggio con due torce fa da guida a visitatori della cosiddetta “grotta della Sibilla”.

Dalle tradizioni antiche, al canto gregoriano, fino alle note dei grandi compositori romantici Berlioz e Liszt, dal pavimento del Duomo di Siena, alla cappella Sistina, la Sibilla entra dunque a fare parte integrante dell’immaginario collettivo dell’Occidente, in quanto figura femminile che intrattiene un rapporto privilegiato con la divinità, che, da Dioniso e Apollo dei “pagani” al Dio Uno e Trino dei Cristiani, la riempie del suo spirito e le consente di rivelare agli uomini il destino, ma soprattutto le conferisce la missione di ammonirli contro la superbia e l’arroganza, cioè contro quel peccato che i Greci chiamarono hybris, ritenendolo il massimo tra i peccati: noi potremmo chiamarlo “il peccato contro lo Spirito“.

Mentre conducevo questi studi che interessavano la mitologia, l’archeologia, la storia delle religioni e la storia dell’arte, continuavo, in preparazione al Natale, ad allestire il presepe, al quale mi ero preparato nel corso dell’anno: infatti, come ho scritto anche a proposito del presepe colto e popolare (ed è una frase che, in diverse lingue, è stata spesso citata), “i Napoletani, quando non fanno il presepe, sognano di farlo”.

Ed un giorno, nel collocare sul presepe la statuina (il “pastore”) della zingara, mi fu chiaro che in questo personaggio confluiva, assieme ad altre significazioni, anche tutto il messaggio contenuto nella figura della Sibilla, che proveniva da inenarrabili lontananze.

Certo, nella zingara si raccolgono altre significazioni, perché, come ho spesso avvertito, soprattutto nella pagina sul simbolo, su come riconoscerlo e come interpretarlo, un simbolo non è mai univoco.

Perciò, continuerò a ricercare e ad approfondire il significato di questo come di altri personaggi: ma non solo per fare ricerca erudita, ma soprattutto per indurre a “fare il presepe” chi ancora non lo fa, e per spingere, chi già lo fa, a coltivare e mantenere viva con sempre maggiore consapevolezza questa bellissima tradizione che, con la Divina Commedia di Dante, è uno dei due pilastri della Sapienza Occidentale.

 

 

 

2 commenti

  1. Complimenti, caro Italo, è una bellissima ricostruzione di un personaggio tanto dibattuto.

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