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Sacra Famiglia, presepe e dignità del lavoro

Un rilievo con la Sacra Famiglia, opera di uno scultore volterrano, messo a confronto con l’imbarazzo di una studentessa di avere un padre operaio, spinge ad amare riflessioni sul futuro della Civiltà Occidentale.

Sacra Famiglia: costituita da Giuseppe, Maria e Gesù, è il modello per la famiglia dedita al lavoro manuale.

Da un po’ di tempo, gli organi di informazione si dedicano con accanimento alla polemica che riguarda le cosiddette “pensioni d’oro“, i vitalizi e gli altri privilegi di cui godono gli uomini della politica. Però nessuno sembra accorgersi che la vera stortura consiste nel dato che esiste una categoria di pubblici funzionari che possono stabilire da se stessi le condizioni del proprio lavoro e la misura delle proprie retribuzioni. Una vera stortura, dico, se si considera che qualsiasi altro lavoratore del braccio o della mente deve accettare sia le condizioni del lavoro, sia la misura degli emolumenti: nessun operaio o impiegato può dire (a meno che non sia un libero professionista o artigiano): “io voglio questa retribuzione” o “vado in pensione quando dico io”. La tragedia degli “esodati”, creata da un governo di “insigni” studiosi di economia è in stridente contrasto con i privilegi degli stessi che l’hanno causata. Ricordo che, in una trasmissione televisiva, l’ex ministra e docente di economia, che firmò la legge all’origine del ricordato dramma degli esodati,  pontificava con fare professorale circa l’opportunità che l’operaio mettesse da parte un terzo della propria retribuzione per crearsi una pensione per la vecchiaia. Probabilmente la professoressa credeva che un operaio percepisse uno stipendio pari al suo. Probabilmente, la professoressa di economia non conosceva neanche il prezzo di un chilo di pane e non aveva idea di quali stratosferiche altezze possa raggiungere il fitto di un appartamento.

Non si tratta, qui, di fare politica nel senso partitico, ma di riflettere sui risultati di un paio di secoli di rivoluzioni: sia quella francese, sia quella russa, purtroppo, non hanno avuto altro effetto che di sostituire una classe a un’altra. Il buon Victor Hugo, che pure era un ammiratore della rivoluzione francese, descrive una società nella quale le classi lavoratrici fanno letteralmente la fame: uno dei maggiori protagonisti dei Miserabili, Jean Valjean, scassina e deruba una panetteria per nutrire i nipotini, finendo al bagno penale, dove si avvia sulla strada del crimine per odio verso la società, della cui spietatezza ha ricevuto ampie prove. Solo la generosità evangelica di un anziano vescovo lo rimette sul retto cammino. Per quanto riguarda la Russia, poi, non si può certo dire che Stalin fosse meno potente o più tollerante dello Zar. Né si può dire, con tutta la buona volontà, che la nostra classe politica si comporti in maniera meno arrogante e urtante della nobiltà di tutti i tempi.

Su queste pagine ho talvolta espresso l’idea che l’unica vera rivoluzione è quella di cui, all’inizio dell’era volgare, fu portatore il Cristianesimo, perché non spingeva una classe contro l’altra, non faceva nascere negli uomini il desiderio di sostituirsi ad altri uomini nell’esercizio del potere, ma chiedeva a ogni uomo di cambiare atteggiamento nei confronti della vita, del mondo, del prossimo, di dare valore all’interiorità e non all’esteriorità, a ritenere tutti gli altri uomini come fratelli e non come nemici, in quanto tutti figli, allo stesso titolo, di un unico Padre celeste.

L’invito del Vangelo, cioè della “buona novella”, agli uomini è di cambiare il proprio modo di pensaremetanoéite, è il termine greco che in genere è tradotto con l’imperativo “convertitevi”. La traduzione esatta sarebbe “cambiate pensiero”, nel mio bel napoletano “cagnateve a capa” (cambiate la testa).

sacra famiglia
Volterra, Museo diocesano. Sacra Famiglia. Rilievo in gesso di Raffaello Consortini, sec. XX.
Foto I. S.

A tutto questo pensavo davanti a un rilievo in gesso, rappresentante la Sacra Famiglia, opera di Raffaello Consortini, e conservato nel Museo Diocesano di Volterra.

L’artista ha rappresentato i tre personaggi che costituiscono la Sacra Famiglia  in un momento dell’attività lavorativa nella bottega artigiana di Giuseppe, che secondo la tradizione era falegname. Un giovanissimo Gesù collabora al lavoro del capofamiglia, sotto lo sguardo amorevole di Maria, madre e sposa esemplare.

Naturalmente ho pensato anche al presepe, i cui personaggi sono impegnati nello svolgimento del loro lavoro: artigiani, bottegai, carrettieri, contadini. Anzi, il monumento al contadino, nella cittadina di Pitigliano, mi spinse a scrivere un articolo sulla dignità del lavoro, come è celebrato dal presepe e a riflettere sulla presenza in esso del castello di Erode, simbolo di quel potere che vive e prospera a spese del popolo lavoratore.

E un giorno, seduto al tavolo di un bar, udii una conversazione tra studenti universitari, seduti a un tavolo accanto. Erano studenti di lingua e preparavano l’esame di letteratura italiana.

Qualche frammento di conversazione.

“Non ho capito che vuol dire che non si può attualizzare l’antico” dice uno.

La risposta di un altro:

“Significa che quello che è passato non può essere attualizzato; ad esempio, l’impero romano che è stato quarantanovemila anni fa non lo puoi riportare ad oggi”.

Mi si rizzano i capelli sul capo: l’Impero Romano sarebbe stato opera degli uomini di Neanderthal…!

Ma questo è niente, rispetto al resto. A un certo punto, colgo un altro frammento di dialogo tra uno studente e una studentessa. Lo riporto:

LUI a LEI: Tuo padre, che lavoro fa?

LEI a LUI: Lavora in una ditta per strumenti elettrici… (poi, con un certo imbarazzo) Un operaio alla fine…

Povero padre, se sapesse che i sudati proventi del suo lavoro sono buttati da … quarantonovemila anni!

L’amarezza non è causata tanto dall’abissale ignoranza di quegli studenti, quanto dalla vergogna di una di loro di avere un padre operaio… Probabilmente non ha mai sentito parlare della Sacra Famiglia, né, tanto meno, della dignità del lavoro. Forse, non conosce neppure l’esistenza di un certo Karl Marx.

Una volta tanto, spero che questa ragazza, il presepe, non lo faccia !

 

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