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Quanno nascette ninno di S. Alfonso Maria de’ Liguori (Prima Parte)

“Quanno nascette Ninno” è la versione napoletana dell’inno natalizio “Tu scendi dalle stelle”. Si tratta di un’opera di poesia composta, in napoletano e in italiano, da S.Alfonso Maria de’ Liguori; in essa risuona l’eco di antichi miti trasfigurati dall’idea cristiana. La vittoria della luce sulle tenebre, nell’antichità raffigurata con la vittoria del dio Mitra, acquista un nuovo significato nell’avvento del Dio che si fa carne.

Quanno nascette Ninno a Betlemme
Era nott’ e pareva miezo juorno.
Maje le Stelle – lustre e belle
Se vedetteno accossí:
E a cchiú lucente
Jett’a chíamma’ li Magge all’Uriente.

Certamente conosci il canto di Natale “Tu scendi dalle stelle” di Sant’Alfonso Maria de’Liguori, vescovo e Dottore.

Più difficile è che tu conosca anche la versione in napoletano, “Quanno nascette Ninno”: tra i Napoletani stessi non è facile trovare chi ne sia a conoscenza.

Qui sotto puoi ascoltare la versione della Nuova Compagnia di Canto Popolare

Nel comporla, il Santo Vescovo doveva essere veramente ispirato: “Quanno nascette Ninno” mostra vivacità, intima adesione all’eccezionalità dell’avvenimento (la nascita, sulla terra e nella storia, di Dio che si fa uomo), una felicissima invenzione linguistica che dà forma ad una gioia spontanea: in una parola, è davvero “poesia”.

“Quando il Bimbo nacque a Betlehem, era notte eppure sembrava mezzogiorno”.

“Ninno”, o nella forma del diminutivo-vezzeggiativo “nennillo”, è il termine con cui, nella Napoli di una volta, si indicava il bambino; spesso era addirittura usato al posto del nome. L’uso di questa voce popolare manifesta la struggente tenerezza con cui Sant’Alfonso contempla il Bimbo divino nella mangiatoia.

Quanno nascette Ninno, il Mistero del Verbo incarnato investì di luce nuova tutte le singole nascite, ad ogni uomo promettendo la Rinascita Eterna. È la Luce che risplende nelle Tenebre e trasforma la notte nello splendore del mezzogiorno. E poiché tutta la Natura è chiamata a partecipare di quest’indicibile gioia, nel fulgore pieno del giorno, senza contraddizione alcuna, brillano anche le stelle, il cui aspetto non fu mai così luminoso.

“La più lucente delle stelle andò a chiamare i Magi in Oriente”. E sembra, la stella cometa, una delle donne del vicolo che corre in fretta a dare ai vicini la bella notizia che il Bambino è nato.

Non si sa se Sant’Alfonso abbia composto anche la musica, festosa nel ritmo pastorale; ma riesce difficile credere che la piena adesione al Mistero dell’Incarnazione non abbia dettato al Santo, letterato e musicista, insieme alle parole anche le note di questo gioioso canto natalizio.

Nella seconda parte di questo post ti offrirò, di “Quanno nascette Ninno”, l’intero testo, con una mia versione in italiano, la quale, devo francamente confessarlo, non riesce a rendere i valori fonici e semantici del testo.

La preparai, alcuni anni fa, per il sito Presepenapoletano.it, che per qualche tempo ospitò le mie riflessioni sul presepe popolare e sulla città di Napoli in genere, e grazie al quale ho conosciuto alcuni amici che continuano a seguirmi in questa bella avventura che è la ricerca sulla tradizione del presepe.

Per comprendere appieno il significato di questo bellissimo canto, vale la pena di ricordare alcuni dati storici, ai quali ho già accennato in altre occasioni.

La data del 25 dicembre era per i Romani la festa del dio Sole, il quale inizia a riprendere fulgore e vigore dopo il pericolo dell’estinzione della luce, che l’universo ha corso nei giorni che precedono il solstizio d’inverno.

Anche in epoca moderna, in cui basta premere dei pulsanti per avere luce e calore, è innegabile una certa ansietà per le giornate che si accorciano.

Il solstizio d’inverno, il 21 dicembre, è il giorno più breve dell’anno.

I soldati romani, in particolare, adoravano il Sole sotto la forma del dio Mitra, Sol Invictus, il Sole invitto ed invincibile, i cui santuari si trovano in tutto il mondo romano.

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Mitreo del Circo Massimo, a Roma

Il più celebre è forse quello che è nei sotterranei della chiesa di san Clemente, a Roma, lungo la strada che porta dal Colosseo al Laterano. Ma “mitrei” vi sono anche a Napoli, a Capua, a Benevento, per limitarmi a quelli della sola Campania.

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Mitreo nella chiesa di San Clemente al Laterano, a Roma

Scegliendo proprio quel giorno come data della nascita di Gesù, la Chiesa primitiva volle ribadire che è Gesù Cristo l’unico vero Sole, di cui l’astro diurno è solo una pallida immagine.

Il Cristianesimo non rinnegò, ma si adoperò per dare un nuovo significato agli antichi simboli: anche l’addensarsi di feste di Santi, in maniera diversa legati alla luce, come Santa Lucia (13 dicembre) e Sant’Agnello (14 dicembre) alludono alla pericolosità dei giorni solstiziali.

Al presepe napoletano è sotteso, come ho più volte provato ad illustrare nelle mie riflessioni, lo scontro, che fu anche incontro, della sensibilità cosiddetta “pagana” e di quella, più profonda e perciò destinata a prevalere, che è la sensibilità cristiana.

Ma di questo parlerò in un’altra occasione.

9 commenti

  1. Ciao Italo,
    che pagina indimenticabile ci hai regalato: lo sguardo appassionato di un Santo su quella notte che diventa poesia e nel leggerla o ascoltarla anche dalla mirabile voce di frate Alessandro è un’esperienza unica. E non ti nascondo che sono molto curioso di leggere la tua versione in italiano del testo.
    Un caro saluto
    Mariano

    P.S. Anche a Marino è stato rinvenuto nel 1962 un dipinto in una grotta raffigurante il dio Mitra ed è veramente molto bello. Ti allego il link: http://it.wikipedia.org/wiki/Mitreo_di_Marino

    • Grazie, caro Mariano, sia per il commento, sia per l’immagine dell’affresco che è davvero molto bello. Prima o poi scriverò qualcosa su Mitra e i mitrei. Il testo del “cantico” potrai leggerlo mercoledì, con la traduzione e un breve (?) commento.

  2. Peccato che il dialetto napoletano stà scomparendo tra i giovani.Comunque sei splendido come sempre.

  3. Sono tra quelli che non avevano ascoltato la versione napoletana. Devo dire che le sonorità’ della lingua napoletana sembrano ancor meglio impastarsi con il timbro denso e caloroso delle zampogne e degli altri strumenti a fiato. Grazie prof. Sarcone!

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