Home / Storia / Presepio o presepe? Una precisazione linguistica

Presepio o presepe? Una precisazione linguistica

Le due forme, presepio e presepe, hanno entrambe diritto di cittadinanza nella lingua italiana essendo state adoperate dai buoni scrittori.

Ci si chiede, talvolta, se è più corretta la forma “presepe” o la forma “presepio”. La seconda trova corrispondenza nel dialettale ‘o presepio, ‘o presebbio: “te piace ‘o presepio?” chiede il vecchio Luca Cupiello (Lucariello) al figlio Tommasino, che invariabilmente gli risponde: “Nun me piace”.

Ma la forma presepio, al contrario di quanto si potrebbe pensare, non è dialettale, perché appartiene all’uso corretto della lingua, alla pari con l’altra forma.

Io preferisco la dizione “presepe”, forse a causa della mia formazione di classicista, ed è questa che ho sempre usata.

In latino, praesaepe (con dittongo) o praesepe (senza dittongo) ha qualcosa a che fare con la “siepe”: praesepíre significa”circondare con una siepe”, quindi “proteggere”. Il sostantivo “praesepe”, neutro della terza declinazione, genitivo praesepis, indica in origine il “recinto per le bestie”, poi “stalla” e mangiatoia”.

Ma in latino esiste anche praesepium, neutro della seconda declinazione, un po’ più tardo rispetto al primo e meno elegante. Personalmente, penso che sia nato in questo modo: praesepe ha, secondo la regola,  il plurale  praesepia (come altare:altaria). Poiché in -ia terminano anche i nomi neutri di seconda declinazione, praesepia è stato sentito come plurale di seconda e da esso si è tratto un singolare praesepium.

Il racconto di Luca, nel latino della Vulgata, ha tre volte la forma in praesepio.

Tommaso da Celano, che scrisse in latino la Legenda di San Francesco, nel racconto dell’apparizione miracolosa del Bambino Gesù nella mangiatoia di Greccio, adopera, per la mangiatoia stessa, sia la forma praesepium, sei volte, sia la forma praesepe, due volte.

E in italiano?

Nella nostra lingua, vi è la stessa alternanza che vi è in latino, senza differenza di epoche e con diverse sfumature di significato.

“Presepe” (come “presepio”) può significare la stalla, la greppia o mangiatoia: per esempio, nella poesia di Pascoli, Sera d’ottobre:

Nei campi arati tornano al presepe
tarde le vacche

Spesso c’è un preciso riferimento alla mangiatoia in cui fu posto Gesù. E le forme mostrano la stessa alternanza del latino.

Ti mostro alcuni esempi, che possono valere anche come spunti di riflessione.

Iacopone da Todi adopera la forma “presepe” in questi versi di una delle sue Laudi:

per sedia tanto bella presepe hai receputo

e poco fieno avuto, dove fosti locato

“come sede così bella hai ricevuto una mangiatoia ed hai avuto poco fieno in cui fosti posto”.

L’autore del Commento alla Divina Commedia, detto l’Ottimo, al canto XX del Purgatorio, nel parlare dell’umiltà della Madonna, scrive:

L’anima che si purga traeva grandi guai ed in essa chiamava Nostra Donna e rammentava com’ella amò povertade, adducendo a provazione di ciò e la presepe e la capanna de’ pastori là dov’ella partorì Gesù Cristo

“l’anima che si purificava elevava alti lamenti e invocava la Madonna, ricordando come Ella amò la povertà, portando come prova sia la mangiatoia, sia la capanna dei pastori, nella quale Ella partorì Gesù Cristo”.

Santa Caterina da Siena, che si esprime in un italiano denso e corposo, degno della robustezza del suo pensiero che l’ha resa degna d’essere proclamata Dottore della Chiesa, adopera la forma “presepio”:

Or non vedete voi Cristo poverello, umiliato in un presepio?

come Domenico Cavalca, che rivolge ai ricchi questo severo ammonimento:

Uomo superbo, che procuri palazzo regale, e Cristo Re tuo non ha luogo né diversorio proprio ed è posto in un presepio?

Ma l’esempio più evidente è costituito da Alessandro Manzoni, che, nel Natale, adopera entrambe le forme, ubbidendo alle leggi della metrica:

La mira madre in poveri
panni il Figliol compose
e nell’umil presepio
soavemente il pose
[…] videro [i pastori] in panni avvolto
in un presepe accolto
vagire il Re del Ciel.

Ad un certo punto, la parola “presepe” o “presepio” cominciò ad essere usata anche per indicare la rappresentazione dei luoghi in cui avvenne la nascita di Gesù e dei personaggi del racconto evangelico.

Particolarmente interessante è un passo del Vasari, nel quale si dice che “Onorio terzo […] fu sepolto in Santa Maria Maggiore presso al presepio”, perché in esso si fa menzione di quella che è probabilmente la più antica raffigurazione presepiale, l’opera in terracotta di Arnolfo di Cambio, del 1280, collocata sotto la Cappella Sistina della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma.

Presepio - Arnoldo di Cambio
Presepio di Arnoldo di Cambio – 1280
fonte: www.papermodelkiosk.com

Ti mostro ora alcuni esempi da scrittori più recenti:

Luigi Pirandello, in Sogno di Natale:

Era festa dovunque, in ogni chiesa, in ogni casa, intorno al ceppo, lassù; innanzi a un presepe, laggiù.

Giani Stuparich, in Il ritorno del padre:

Dopo essere stato in chiesa a vedere il presepio o aver girato per la campagna, tornavo a casa e mi annidavo in cucina.

Alberto Savinio, in un articolo sulla “Rivista italiana di drammaturgia”:

Le scenette del presepio che in occasione del Natale la Rinascente espone nelle sue vetrine.

Gli esempi si potrebbero moltiplicare, ma quelli che  ho addotti sono sufficienti a confermare il “diritto di cittadinanza” nella lingua italiana per entrambe le forme.

Quando ci si interroga sull’uso corretto di una parola o di una forma fanno fede quelli che sono definiti i “buoni scrittori”: allora, puoi adoperare indifferentemente l’una o l’altra forma, come preferisci.

Alla fine, l’importante è che tu lo faccia, il presepe,  o, se vuoi, il presepio.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *