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Presepe vivente in S. Maria della Sanità

Tra le varie tradizioni natalizie c’è quella del presepe vivente, che consiste nel rappresentare l’evento della Natività con personaggi e animali veri. Una volta questa rappresentazione fu celebrata anche nella chiesa napoletana di Santa Maria della Sanità, ad opera del parroco don Giuseppe Rassello.

Il primo “presepe vivente” non fu quello di San Francesco, perché questi si limitò a fare celebrare la Messa in una stalla, invece che in una chiesa, come ho spiegato qui. Ma ho detto anche che, in qualunque forma, l’usanza di “fare il presepe” non può prescindere dallo spirito del Santo di Assisi.

Sono molte le località in cui si celebra il “presepe vivente”: per esempio a Matera. Il giovanissimo Francesco Sorrentino, tempo fa, me ne ha inviato il depliant, che a mia volta ti mostro.

presepe vivente matera

Anche nella basilica di Santa Maria della Sanità fu realizzato, una volta, il “presepe vivente”.

Questa è  senz’altro una delle chiese più interessanti di Napoli:  e non credo, con questa affermazione, di mostrare spirito partigiano e campanilistico, anche se la chiesa in questione sorge nel quartiere in cui vivo.

Basta che ci si entri, per condividere la mia convinzione: nessuno degli amici che ho guidato in una visita a questo monumento ha potuto trattenere la propria meraviglia, di fronte all’inatteso capolavoro.

La basilica di S. Maria della Sanità si innalza su una preesistente chiesetta, che immetteva alle catacombe di San Gaudioso, per secoli deputate al napoletanissimo culto delle anime purganti. La chiesa moderna fu progettata ai primi del Seicento dall’architetto Giuseppe Nuvolo, frate domenicano del convento annesso alla chiesa.

L’idea, che ho sempre ritenuta geniale, di Fra’ Nuvolo, fu quella di rispettare l’antica chiesetta, facendo di essa quasi il succorpo della nuova basilica. Questa soluzione comporta che l’altare maggiore è posto ad una altezza inconsueta: ad esso si accede per due scalinate elegantemente sinuose. In cima, l’immagine della Mater Sanitatis veglia amorevolmente sul suo popolo.

Te ne offro un’immagine tratta da una stampa in un libro del Settecento.

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L’altare maggiore della basilica di S. Maria della Sanità in una stampa settecentesca. La grata chiude l’ingresso alla chiesa inferiore, da cui si accede alle catacombe.

La chiesa è a pianta centrale, particolarmente amata da Fra’ Nuvolo, che l’adoperò anche nel progettare altre chiese. Qui l’ha ottenuta mediante l’intersecarsi della navata principale con il transetto, in modo da formare una croce greca, cioè con i quattro bracci uguali. La figura è completata in forma di quadrato da altre due navate laterali per parte e da altrettanti transetti.

All’ncrocio della navata centrale e del transetto, l’alta cupola, esternamente rivestita di maioliche policrome, spicca tra le cupolette minori poggiate sugli incroci delle navate laterali, tre per ogni angolo del quadrato. Puoi comprendere meglio dalla pianta, riportata su un foglio illustrativo.

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Pianta della Basilica di santa Maria della Sanità, Napoli

Annesso alla chiesa vi era uno splendido chiostro, distrutto agli inizi dell’Ottocento da uno dei piloni dell’enorme ponte, voluto dai Francesi, portatori di quell’Illuminismo che tanto poco illuminò e tante tenebre sparse di superficialità e intolleranza.

In questa chiesa svolse l’ultima parte del suo ministero Don Giuseppe Rassello, ultimo rappresentante di quel clero napoletano sicuro nella dottrina e operoso nella carità.

Me ne ha sollecitato il ricordo l’amico Giovanni Raso, che mi scrive a proposito del mio articolo sulla terracotta:  in esso parlo, tra l’altro, del rapporto che in molte lingue c’è tra la parola che significa “uomo” e la parola che signifca “terra”. Giovanni, nel leggere l’articolo, ricorda di  avere già udito di questa connessione per quanto riguarda il latino, in cui humus “terra” e homo “uomo” (come “essere umano”) hanno la stessa radice, dal suo insegnante di religione, Don Giuseppe Rassello, che fu mio collega al liceo “Antonio Genovesi” di Napoli e, posso ben vantarmene, mio fraterno amico.

Giuseppe Rassello fu un prete di rara e profonda cultura: leggeva correntemente il greco e il latino e in quest’ultima lingua era capace di esprimersi con grande competenza sia verbalmente sia per iscritto. Nativo dell’isola di Procida, amava Napoli che conosceva nelle sue strade, nei suoi monumenti, nelle sue memorie.

Condivideva con me la passione per l’epigrafia e naturalmente quella, suprema, per il nostro Sommo Poeta, il Padre Dante.

E su Napoli, sull’epigrafia, sulla Divina Commedia, scrisse pagine memorabili nelle quali l’erudizione si fonde armoniosamente con la poesia.

Confesso un sogno che coltivo da lungo tempo: ottenere , di questi scritti, la ripubblicazione o la pubblicazione (alcuni sono rimasti inediti) da qualche editore di buona volontà. Sarebbe un acquisto prezioso per la cultura, segnatamente quella napoletana.

Ma se da ciò che ho scritto si traesse l’immagine di un “topo di biblioteca”, avrei reso alla cara memoria di don Giuseppe Rassello un cattivo servigio.

Da prete e parroco, prima di San Severo e quindi di Santa Maria della Sanità, fu sempre in mezzo al suo popolo, di cui ebbe l’ammirazione e l’affetto incondizionati: e, cosa non facile nei quartieri popolari, si conquistò la fiducia degli strati più umili della popolazione, abituati a vedere in ogni forma di autorità il principio dell’inganno e della prevaricazione.

Soprattutto si preoccupò dei giovani che con tutte le sue forze tentò di sottrarre alla ignoranza, alla strada, alla droga.

La prima volta che andai a trovarlo, nella chiesa di San Severo, lo trovai (era un gelido febbraio) che, intabarrato nel suo ampio mantello, si prodigava nel doposcuola ai ragazzini del quartiere: in quel momento stava spiegando inglese ad uno e matematica a un altro.

Da parroco di Santa Maria della Sanità si prodigò perché la chiesa fosse riportata al suo antico splendore e per recuperare quel che del chiostro e dei suoi affreschi era salvabile.

Morì all’inizio del Duemila, per un male incurabile che non gli concedeva requie dal dolore, ma che sopportò da cristiano e da sacerdote.

Nello stargli accanto compresi che cos’è un prete che crede veramente in Dio e nella propria missione.

Dal 2009 le sue ceneri riposano nella sua prediletta basilica, sotto una antica immagine della Madonna che egli aveva recuperato e salvato dalla dispersione.

A Natale, don Giuseppe Rassello, con la collaborazione dei suoi parrocchiani e soprattutto dei giovani, da lui sottratti alla strada e alla droga, allestiva, nella chiesetta inferiore della basilica, il “presepe vivente”: purtroppo non ho di questo avvenimento alcuna documentazione personale.

Ecco, ti ho detto tutto quello che potevo radunare in questo breve spazio, per delineare un profilo ed onorare la memoria di questo mio amico, che sarebbe stato anche tuo, se tu avessi avuto la ventura di conoscerlo.

 

5 commenti

  1. Caro Professore,
    ho letto con attenzione, come sempre faccio, l’articolo pubblicato sul “presepe vivente” alla Chiesa di Santa Maria della Sanità.
    Quanti ricordi !
    La figura di Padre Giuseppe Rassello rappresenta un punto fisso della mia vita.
    Lo conobbi in una calda domenica di giugno del 1997 nella basilica della Sanità quando mio padre Carlo, al termine di una sua visita guidata, fece entrare il gruppo proprio in chiesa per illustrarne la storia.
    Qui, al termine della Messa, fummo accolti da don Rassello il quale continuò a mostrarci le bellezze artistiche e poetiche della chiesa ‘e San Bicienzo!
    Ebbi modo di frequentarlo meglio, poi, alla Chiesa di Santa Maria della Catena, in via Santa Lucia, dove, pur debilitato dalla malattia e dalle cure che sempre sopportava con dignità e pazienza, da vero appassionato mi spiegava di tutto: di Napoli, del latino, del greco, della letteratura, della simbologia e di un mondo fatto di connessioni, legami, pura Bellezza ed Arte !
    Ogni incontro era per me un’occasione unica per imparare cose nuove; è proprio lì, in quella sagrestia in via Santa Lucia che, seduti uno dinanzi all’altro, parlavamo di Fede, di Napoli e…della fierezza di essere partenopei, di appartenere a quel mondo greco che tanto ha dato e darà al mondo intero, malgrado oggi, in questa Europa “accozzaglia di stati”, calcoli economico-finanziari, bilanci, spread e freddi numeri, della Grecia oramai al collasso ne fanno un debitore scomodo, inutile e quasi da eliminare.
    Quanto siamo debitori noi, invece, verso quell’Acropoli e quegli uomini che da quella collina hanno tratto ispirazione per pensieri universali !
    Vidi Padre Giuseppe tre giorni prima che finisse, in una gelida sera di inverno, nell’istituto di suore ai Colli Aminei.
    Era il 19 gennaio 2000 e gli feci visita per salutarlo.
    Lo ricordo malato, sofferente, seduto sulla sua poltrona, con le gambe oramai piagate a causa della circolazione cardiaca già rovinata dalla chemioterapia.
    Pur con quel dolore fisico che non oso nemmeno immaginare, trovò il tempo di parlare con me di Napoli, del Natale appena trascorso, del presepe e del canto natalizio più bello che sia mai stato scritto: “Quann’ nascette ninno” di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori.
    A tal proposito, mi diede un foglio con i versi dell’antica canzone napoletana, firmato da lui.
    Lo conservo gelosamente tra le cose più care. C’è una sua firma in calce, il suo saluto, il suo addio.
    Tre giorni dopo gli imperscrutabili disegni della Provvidenza lo tolsero a noi, lo condussero lontano, “…colà dove gioir s’insempra…”.
    Ma a me piace immaginarlo ancora lì, tra la sua gente, in quella ottagonale sagrestia della Sanità…a parlare di Napoli, di latino e di greco.

    Buona serata, caro Professore, e scusate se forse sono stato troppo prolisso.
    Giovanni

    • Caro Giovanni, non ho nulla da aggiungere a quanto hai scritto tu, se non prometterti di dedicare ancora dello spazio al ricordo del nostro caro amico.

      • Io ero uno studente di Padre Rassello al Genovesi e mi scelse per rappresentare due volte Gesù nel suo presepe vivente alla sanità dovrei anche conservare un VHS da qualche parte. Grande sacerdote e grande uomo è stato fondamentale nella mia vita. Quanto mi manca

  2. Conoscere persone così ricche interiormente è davvero una gioia immensa.
    Francesco ti ringrazia, caro Italo, è contentissimo per la pubblicazione del depliant che aveva recuperato a Matera e conservato con tanta attenzione per potertelo inviare.
    Un saluto
    Mariano

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