mercoledì , 14 novembre 2018
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Il Presepe Popolare Napoletano

Perché presepe popolare napoletano? Perché non solo, e più semplicemente, “presepe napoletano”?
Non significano e non indicano, forse, la stessa cosa?

Prima di rispondere, credo sia opportuno premettere qualche notizia più generale.

Il presepe è un particolare prodotto dell’artigianato, che vuole rievocare l’umile nascita del Salvatore nella mangiatoia di una stalla (la parola latina “praesepe” significa per l’appunto “mangiatoia”). Esso è perciò parte integrante della cultura, in senso ampio, e del folclore di tutti i paesi cristiani. Si va dalle fantasiose e scintillanti costruzioni polacche, simili a cattedrali gotiche, ai presepi popolati dai “Santons” provenzali o dalle ingenue e commoventi statuine peruviane, fino al presepe popolare napoletano, che è l’oggetto privilegiato di questo blog.

La “invenzione” del presepe, inteso come raffigurazione dello scenario in cui nacque Gesù, si attribuisce di solito a San Francesco, anche se questo non è del tutto esatto.

In realtà, il Poverello di Assisi volle che la Notte di Natale, a Greccio, la Santa Messa fosse celebrata in una stalla, dove preparò lui stesso la mangiatoia accanto alla quale furono condotti un bue e un asinello: volle cioè che la celebrazione natalizia non avvenisse fra le mura di una chiesa, ma nell’ambiente stesso che il Salvatore aveva scelto per nascere secondo la carne. E Gesù approvò a tal punto l’idea di Francesco, che a mezzanotte apparve nelle sembianze del Bimbo Divino nella povera mangiatoia di Greccio. Ma non vi erano “figuranti”, ad impersonare i protagonisti del racconto evangelico, per cui l’iniziativa del Santo non può neanche essere considerata come la creazione di quello che oggi si definisce “presepe vivente”.

In ogni caso, però, anche se San Francesco, a rigore, non è l’inventore del presepe così come noi l’intendiamo, il suo spirito di profonda umiltà pervade la raffigurazione della nascita di Gesù, al punto che la pratica del presepe nel mondo fu diffusa proprio dai seguaci del Poverello di Assisi.

Come dicevo, infatti, quella di allestire il presepe in occasione del Natale è una tradizione che ormai coinvolge tutti i paesi cristiani, ognuno dei quali ha un proprio modo di rappresentare lo scenario in cui avviene la nascita del Bimbo Divino.

Particolarmente celebre è, però, fra tutte le maniere di “fare il presepe”, quella che si osserva a Napoli, dove questa bella tradizione acquista i caratteri di una vera e propria passione, che dura l’intero anno. I Napoletani, scrivevo in un mio libro del 1989, Il Sogno di Benino (che ora puoi trovare qui), quando non sono impegnati a “fare” il presepe, sognano di farlo: vale a dire che, appena hanno finito di smantellare il vecchio presepe, stanno già progettando la costruzione del nuovo.

Il presepe popolare napoletano ha in sé delle caratteristiche tali da mettere in moto non solo l’inventività, la capacità creativa del suo costruttore, ma da coinvolgere anche l’emotività e aspetti profondi della sua personalità.
Come vedi, insisto sull’espressione “presepe popolare napoletano”, in cui i due aggettivi “popolare” e “napoletano” hanno la stessa importanza. A Napoli, infatti, vi sono due filoni, tra i quali non sempre gli scrittori che si sono occupati del presepe hanno operato la necessaria distinzione, la quale è invece fondamentale: il filone del “presepe colto” e quello del “presepe popolare”. Secondo me, l’unico tipo di presepe, degno di tal nome, è, a rigor di logica, il secondo, poiché il presepe nasce nel popolo e per il popolo.

In questo post, ho cercato di delineare meglio questa distinzione fra i due tipi di presepe napoletano.

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