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Presepe di Pasqua: tradizione dimenticata o fraintendimento?

Presepe di Pasqua è una espressione con la quale si indica una serie di quadri relativi alla morte e alla risurrezione di Cristo, per analogia con la raffigurazione della Natività. Alcuni libri raccontano la storia di questo tipo di “presepe” e alcuni artigiani cercano di farlo rivivere.

Presepe di Pasqua. L’espressione, che può suscitare qualche perplessità,  si riferisce all’usanza di allestire delle scenografie con gli episodi della passione, della morte e della resurrezione di Gesù, in analogia della più consueta scenografia natalizia.

Navigando su Internet, potrai trovarne numerosi esempi provenienti da ogni parte d’Italia. Anche degli artigiani napoletani si stanno cimentando nel proporre (o riproporre) il presepe di Pasqua.

Non è certo una usanza recente quella di aggiungere sul presepe alle consuete tre scene (la Natività, l’annuncio ai pastori, la taverna) altri momenti che preparano o immediatamente seguono l’evento fondamentale della Nascita: l’Annunciazione e la Fuga in Egitto, per le quali i “pastorari” preparavano le relative figurine.

Ma in qualche caso si è andati ben oltre, nell’intenzione di offrire una completa panoramica della vita di Gesù, fino alla sua Crocifissione e alla sua Resurrezione, in diversi quadri.

Un esempio è costituito delle scene tratte dal “presepe” allestito, alcuni decenni fa, dall’artigiano Giuseppe Russo, nell’ambiente sotterraneo della napoletana chiesa di San Nicola alla Carità, dove io l’ho visitato varie volte nel passato. A questo “presepe di Pasqua” sono dedicate un paio di pagine del piccolo libro di Antonio Daldanise, edito dall’editore Pisanti, Mi piace ‘o Presepio: il titolo fa, naturalmente, riferimento alla commedia di Eduardo De Filippo, Natale in casa Cupiello. Da questo libro ho tratto le illustrazioni successive.

 

Mi piace o Presepio
Presepe di Pasqua.
Il libro di Antonio Daldanise.
Copertina.

Uno dei quadri mostra l’Ultima cena, nell’ambiente del Cenacolo, lasciato aperto per rendere visibile la scena.

ultima cena - presepe di pasqua
Presepe di Pasqua.
Il presepe di S. Nicola alla Carità in Napoli.
L’ultima cena.
Dal libro di Dardanise.

Naturalmente, nessun artigiano che allestisce questa scena può fare a meno di riferirsi, più o meno consapevolmente, all’opera di Leonardo da Vinci.

ultima cena
L’ultima cena di Leonardo da Vinci, in una immaginetta devozionale.

Un’altra scena riportata nel libro è quella della Crocefissione, che singolarmente avviene davanti al muro di un edificio.

crocifissione - presepe di pasqua
Presepe di Pasqua.
Il presepe di S. Nicola alla Carità in Napoli.
Crocefissione.
Dal libro di Dardanise.

Si tratta qui di una novità iconografica, poiché la Madonna e San Giovanni Evangelista assistono alla passione di Cristo non ai piedi della croce, ma dall’alto dell’edificio.

Nell’immagine si vede anche il soldato romano Longino che vibra un colpo di lancia al costato di Cristo, per verificarne la morte.

L’ultima immagine proposta dal libro riguarda la Risurrezione, con la figura luminosa del Cristo trionfante sulla morte, circondato dagli Angeli. Ai piedi del monte, davanti al sepolcro vuoto, i soldati romani sono in preda allo sbigottimento.

risurrezione - presepe di pasqua
Presepe di Pasqua.
Il presepe di S. Nicola alla Carità in Napoli.
Risurrezione.
Dal libro di Dardanise.

Sul tema del “presepe di Pasqua” c’è uno studio di Salvatore Izzo, che si impegna a raccontarne la storia.

Nel libro, le scene della Vita di Cristo sono analizzate con ricchezza di particolari, ricorrendo alla scienza antropologica (non mancano gli accenni, anche polemici, all’opera di Frazer, Il ramo d’oro), grazie alla quale sono spiegati punto per punto i vari simboli.

Presepe di Pasqua
Presepe di Pasqua.
Il libro di Salvatore Izzo.
Copertina.

Uno dei pregi, non certo il minore, del libro, edito dalla casa editrice “La stamperia del Valentino”, è costituito dalla riproduzione integrale della serie di incisioni di Albrecht Dürer riguardanti l’evento della salvezza e conosciute con il titolo complessivo di Kleine Passion (“La piccola Passione”), partendo dal peccato dei progenitori, Adamo ed Eva, fino al giudizio finale: un vero godimento dello spirito.

Il libro è reperibile presso la libreria Neapolis della signora Annamaria Cirillo, vera competente per tutto ciò che riguarda i libri su Napoli e Campania.

Confesso di non conoscere a quale epoca risalga l’espressione “presepe di Pasqua”, che, tuttavia, come dicevo fin dall’inizio, può suscitare qualche perplessità: anzi, a dirla chiaramente, non mi trova affatto consenziente, perché, a mio avviso, risale a un fraintendimento e a un indebito ampliamento semantico, per analogia con il “presepe di Natale”. Sarà un risultato della mia educazione classica, che mi porta a considerare le parole nella loro portata originaria, cioè nel loro pieno valore comunicativo, la ragione per cui “presepe di Pasqua” non mi suona bene. “Presepe” è, per me, sempre la “mangiatoia” in cui il Bambino Gesù è deposto, ammettendo l’ampliamento semantico del termine solo per quanto riguarda il “contorno”, cioè la scenografia in cui essa si inserisce, come ho spiegato fin da quando ho cominciato a scrivere del presepe popolare napoletano.

Le rappresentazioni degli altri momenti della vita del Cristo hanno ognuna un nome specifico: Izzo stesso ricorda i cosiddetti “sepolcri a personaggi“; del resto, il manufatto artistico  sotto la tipica campana di vetro, riportato alle pagine 150-156 del libro e  dallo studioso denominato “Presepe di Pasqua”, può essere indicato con il nome, ben più appropriato, di “Calvario”.

Credo che il “fraintendimento”, perché, a mio avviso, di un fraintendimento si tratta, si sia originato in seguito alla rottura con la religiosità tradizionale e alla profanizzazione del tempo nella nostra vita associata. Il tempo, nella nostra società consumistica e tutta protesa in senso utilitaristico, è stato privato della sua tradizionale scansione sacra, in base alla quale si vivevano i momenti con piena e cosciente adesione.

In conformità a questa scansione, gli artigiani preparavano le immagini corrispondenti, con le quali andavano incontro all’esigenza del popolo di “visualizzare” gli avvenimenti sacri: è infatti una vera e propria esigenza del popolo, soprattutto nei paesi mediterranei, di “vedere” con gli occhi ciò che si crede con il cuore.

Così, se per il Natale gli artigiani preparavano  i “pastori” da  presepe, per la Quaresima e il tempo Pasquale modellavano le statuette corrispondenti. Naturalmente, il Cristo deposto dalla croce e il Cristo risorto avevano in’importanza tutta particolare.

Anche mio padre Vincenzo, scultore a S. Gregorio Armeno, modellò alcune immagini del Cristo risorto, esemplandole sulla tradizionale immagine della Resurrezione. Il Cristo si slancia verso l’alto, reggendo nella sinistra il vessillo della sua vittoria sulla morte e mostrando al Padre, non più adirato verso l’umanità, la  sua destra piagata.

cristo risorto
Il Cristo risorto in una immagine devozionale.

Il ricordo della bella immagine modellata da mio padre mi schiarì i versi della Pentecoste manzoniana (vv. 17-24):

… E allor che dalle tenebre
La diva spoglia uscita,
Mise il potente anelito
Della seconda vita;
E quando, in man recandosi
Il prezzo del perdono,
Da questa polve al trono
Del Genitor salì …

L’arte figurativa e la poesia si illuminavano l’un l’altra.

Per la religiosità popolare si modellavano anche le immagini dei santi più noti, Sant’Antonio di Padova, San Vincenzo Ferrer, San Biagio, San Ciro. In ogni casa, sul punto più in vista, sul comò, in genere, non mancava un’immagine sacra, protetta dalla caratteristica “campana” di vetro. L’immagine più venerata era quella della Vergine dei Sette Dolori, con il cuore, d’argento, trafitto da sette spade, pure esse d’argento.

Al presepe gli artigiani si dedicavano solo in attesa del Natale.

Poi accadde che per alcuni decenni, dagli anni Sessanta, l’artigianato a San Gregorio Armeno decadde e cadde quasi nell’oblio anche la nobilissima arte della terracotta, sostituita dalle figure di plastica, certo più fini, più precise, ma anche piuttosto fredde.

Quando si riscoprì la terracotta in tutta la sua bellezza e in tutta la sua artistica potenzialità, qualcosa era stato tuttavia perduto: il rapporto tra l’artigianato e la religiosità popolare. L’artigiano non lavorò più per rendere visibile agli occhi corporei un angolo di Paradiso, ma per eccitare in vari modi la curiosità delle masse dei turisti.

Non si crearono più immagini sacre con la funzione di rendere sacro un angolo della casa, ma ci si produsse in immagini per lo più profane, spesso al limite del bizzarro, che il turista facoltoso acquista per mostrarle agli amici, come prova dell’avvenuto viaggio a Napoli e della passeggiata a San Gregorio Armeno.

Dell’antico carattere sacro restò un barlume, ma quanto fioco, nella tradizione dei pastori, ma, ahimé! pure questi spesso sottratti alla loro originaria vocazione che sarebbe di andare a popolare un presepe. La maggior parte degli acquirenti, infatti, ha già destinato i pezzi ad occupare una vetrina nell’angolo elegante della villa. Altrimenti non avrei visto una signora tedesca chiedere all’artigiano di porre il paggio in grembo alla principessa circassa, né, con una dolorosa stretta allo stomaco, avrei visto l’artigiano acconsentire alla bizzarra richiesta.

La dizione “presepe di Pasqua” nasce, allora, a mio avviso, proprio dal fatto che non si conosce più alcuna altra forma artigianale, se non quella del presepe, che fa ormai la parte del leone: in definitiva, ritengo indebita l’estensione del termine “presepe” ad altre rappresentazioni sacre, che possono e devono essere chiamate con il loro nome: l’Ultima cena, il Calvario, il Sepolcro, la Resurrezione.

Sono tuttavia aperto alla discussione, se qualcuno la pensa in modo diverso e può fornire la documentazione che “presepe di Pasqua” è formulazione antica e non recente fraintendimento.

 

Un Commento

  1. Complimenti per l’articolo, caro Italo, ma volevo farti due domande: la prima riguarda quelle immagini modellate dal tuo papà e cioè se resta solo il tuo ricordo? Sarebbe bello poterle rivedere e ripercorrere i versi manzoniani.
    La seconda più che una domanda, è un chiarimento sulla questione del “paggio in grembo alla principessa circassa”.
    Grazie come sempre per il tuo prezioso aiuto

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