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Il Pescatore

Il pescatore: la vita nel presepe popolare

Il pescatore nel presepe popolare napoletano si contrappone al cacciatore come immagine della Vita contrapposta a quella della Morte. Il simbolismo si ritrova in molte tradizioni religiose e folcloristiche.

Il pescatore è un altro personaggio fondamentale del presepe popolare napoletano.

Se hai già iniziato il tuo cammino presepiale, che parte dal Benino immerso nel suo sonno, che è visione, hai incontrato l’ambigua figura del cacciatore, che ti ha sconcertato e disorientato: che ci fa, ti sei chiesto, quest’uomo armato, apportatore di violenza e simbolo di morte, sul presepe, scenario di pace e di bontà?

Ma, proseguendo il cammino, ti imbatti ora in un altro personaggio che, tu non sai neanche perché, ti ispira un senso di sollievo e di fiducia: quello del pescatore, che sul presepe è rappresentato in vario modo, o seduto sulla  riva del fiume con canna e lenza, oppure nella piazza del mercato, accanto al banco dei pesci, con la sporta sul braccio e la mano portata alla bocca, ad amplificare il grido di richiamo indirizzato ai passanti. Un esempio è la foto che vedi qui sopra, in apertura.

Se vuoi comprendere il senso di questa contrapposizione, sul presepe popolare, tra il cacciatore e il pescatore, puoi rifarti ad una tua quotidiana, semplicissima  esperienza di vita: cioè alle due diverse sensazioni che provi, quando sei in una beccheria, o al contrario quando sei in una pescheria.

Nella prima, ti mette tuo malgrado a disagio l’esposizione delle carni macellate, appese ai ganci, e, se hai sensibilità animalista, devi compiere uno sforzo per impedirti di pensare che esse appartennero ad esseri viventi uccisi  crudelmente dall’uomo, costretto dalle proprie necessità.

In una pescheria, invece, la sensazione è diversa: le acque che scorrono, la frescura che esala da esse, il guizzare argenteo dei pesci vivi, il tripudio dei colori, tutto induce ad una sensazione di pace e di serenità. Quasi che il pesce, per quanto sacrificato alle esigenze dell’uomo, non muoia veramente, ma continui a vivere, essendo il simbolo stesso della vita.

Ricordo una bellissima scena del film “Milarepa”, di Liliana Cavani, tratto dal libro del monaco tibetano. Sulla riva di un fiume, un santone arrostisce un pesce e lo mangia. Terminato il suo frugale pasto, prende tra le mani la lisca e, come per miracolo, intorno ad essa si ricostituisce il pesce vivente, che il santone restituisce alle acque del fiume. A Milarepa, che guarda stupefatto, il santone spiega: “Non potrei togliere la vita, se non sapessi come ridarla”.

Ma abbiamo il sospetto che, se al posto del pesce ci fosse stato un agnello o un coniglio, sarebbe stato più complicato: quasi che il pesce si identifichi con la vita stessa.
Naturalmente, tutto ciò non appartiene alla sfera razionale, ma ad una percezione istintiva dell’esistenza: quella percezione istintiva e profonda che ha guidato il popolo napoletano nella organizzazione del “suo” presepe.

Nota con quanta cura il “maestro pastoraro” ha rappresentato diverse specie di pesci in questo bellissimo pezzo, che ho acquistato a San Gregorio Armeno.

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Banco del pesce – Foto Italo Sarcone

Il pescivendolo napoletano, immagine alternativa al pescatore, manda il suo grido: – ‘o pesce mio è vivo!

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Pescivendolo, personaggio del Presepe Popolare – Foto Italo Sarcone

Ma la voluta ambiguità dell’espressione non ha nulla di osceno; certo, un freudiano di stretta osservanza riterrà confermata l’interpretazione psicanalitica del pesce come “simbolo fallico”, ma per noi sarebbe riduttivo fermarci unilateralmente a questo aspetto.

Nel grido del pescivendolo napoletano c’è, infatti, molto di più, se solo si pensa a quella definizione, pittoresca e poetica insieme, con la quale, nel gioco della tombola, viene definito l’organo maschile: ‘o pate de’ criature, “il padre dei bambini”. Allusione, dunque, non al piacere sessuale in sé, ma all’adempimento del comandamento divino: “Crescete e moltiplicatevi”.

Il simbolismo è ancora più crudo e veristico, quando nella sporta del pescatore/pescivendolo vi è il “capitone”: il napoletano non concepisce neppure la possibilità che, sulla tavola imbandita per la vigilia di Natale, manchi questo “parente povero” dell’anguilla.

Ma il pesce è simbolo non solo della generazione fisica, ma anche della generazione spirituale: come animale a sangue freddo, simboleggia la condizione di chi non si lascia travolgere dalle passioni, e, in quanto vive nell’acqua, allude alla rigenerazione operata dall’acqua, fonte di vita.

L’acqua, infatti, lava le impurità fisiche: e l’aspersione con l’acqua, o l’immersione in essa, è segno della rinascita allo spirito. I primi cristiani designavano se stessi come pisciculi, “pesciolini”, perché nati a nuova vita nelle acque battesimali. Gesù stesso, nei primi tempi cristiani, era indicato con il simbolo del “pesce”, che in greco si dice ikhthys: i suoni che compongono questa parola erano interpretati come le iniziali di una frase (è quello che si dice un acronimo).

I = Iesous = Gesù

Kh = Khristòs = Cristo

Th = Theou = di Dio

Y = Yuiòs = figlio

S = Sotér = Salvatore

Quindi disegnare, scolpire, incidere un pesce era lo stesso che scrivere “Gesù Cristo, il Salvatore, figlio di Dio”: come in questa bella epigrafe greca, in cui il simbolo si accompagna alla parola “resurrezione”.

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Epigrafe proveniente da Tessalonica, l’odierna Salonicco

L’iscrizione dice: “Calogero e Macedonica Sosigenia ai dolcissimi genitori (dedicano) questo luogo in cui dormire fino alla resurrezione”.

In un’altra pietra, due pesci reggono un’ancora, simbolo della fede e della speranza cristiane.

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E come potremmo dimenticare che Gesù operò il miracolo di sfamare una folla di cinquemila persone a partire da pochi pani e due pesci? E che Gesù stesso promise a Pietro di farlo “pescatore” di uomini? E che l’anello del Papa è “l’anello del pescatore”?

Allora, la coppia “cacciatore-pescatore” allude alla polarità “morte-vita”, “aridità-fecondità”.

In una tradizione parallela, la “ricerca del Santo Graal”, compare un Re Pescatore, la cui ferita è causa dell’aridità della terra, la “terra desolata”, che nel Novecento ha ispirato un poema dello scrittore anglo-americano Thomas Stearne Eliot.

Ma la polarità “vita-morte” è in realtà una circolarità, poiché ogni vita è votata alla morte, ma dalla morte rinasce costantemente la vita. Il superamento è indicato, sul presepe popolare, dalla lavandaia, che costituisce con il cacciatore e il pescatore una triade inscindibile.

E tu, che cosa ne pensi? Per parte mia, non finisce mai di stupirmi la ricchezza di questo personaggio fondamentale del presepe napoletano.

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