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Lealtà di scugnizzo in una pagina di Marotta

Uno scugnizzo si comporta lealmente e Salvatore Di Giacomo vince la scommessa con la fidanzata. Ce lo racconta il nostro grande Giuseppe Marotta.

Lo confesso: non sono stato uno “scugnizzo”, a differenza di Mariano D’Antonio, che, in Percorsi di libertà, racconta le “esperienze di uno scugnizzo napoletano divenuto professore”, come recita il sottotitolo del suo libro autobiografico.

La bottega di mio padre, Vincenzo Sarcone, era nella popolarissima strada di San Gregorio Armeno: lì, di scugnizzi, ce n’erano e facevo anche amicizia con alcuni, ma non ero uno di loro. Naturalmente, mi prendevano un po’ in giro per la mia aria fin troppo “per bene”, in ogni caso mi accettavano per quello che ero.

Qualche altro “scugnizzo” lo conobbi in seguito, quando cominciai a frequentare la Parrocchia dei Vergini, nel quartiere della Sanità. Non riuscii mai ad adeguarmi allo stile di vita dello scugnizzo, pure i rapporti tra noi erano buoni, corretti, si potrebbe dire. Tutto sta nel rispettarsi a vicenda. E lo scugnizzo, al contrario di quanto vorrebbe una certa fama, è uno che sa rispettare, oltre che farsi rispettare.

La parola “scugnizzo” fa ormai parte della lingua italiana, nella quale ha acquisito diritto di cittadinanza: nei dizionari, è definito come “ragazzo napoletano che vive di espedienti; ragazzo di strada – ragazzo vivace e irrequieto” (Garzanti). Non manca una nota di simpatia, verso la capacità di “arrangiarsi”, ritenuta una delle caratteristiche del popolo napoletano, e attribuibile anche allo scugnizzo.

Tuttavia, dobbiamo dire che le origini del termine non sono altrettanto simpatiche. Una etimologia, riportata dal dizionario “Garzanti” e accettata anche da Mariano D’Antonio, fa risalire la voce al latino excuneare, e la riferisce al gioco della trottola, lo strummolo, che era il gioco più diffuso tra i ragazzi napoletani: il vincitore aveva il diritto di rompere (excuneare) il giocattolo del perdente.

Ma le cose non stanno affatto così. Una derivazione diretta di scugnizzo dal latino è da escludersi totalmente, poiché la voce non è attestata se non dalla fine dell’Ottocento, nel gergo della malavita, nel quale non aveva certo il significato attenuato con cui è passato poi nella lingua italiana.

In napoletano, invece, deriva dal latino la voce scugnia’ che significa “rompere”, “guastare”. Se “scugnizzo” ha un’attinenza con questa voce, non può avere designato, allora, che un ragazzo abile nello scassinare, nel rompere, nel guastare a fini non certo onesti ed onorevoli.

Nel passaggio dal gergo della malavita al lessico comune, la parola scugnizzo mostra la stessa evoluzione che hanno subito in italiano parole come birba, birbante, briccone e simili.

Ma, dicevo, lo scugnizzo sa rispettare chi merita rispetto. Di certo, lo meritava lo scrittore e poeta napoletano Salvatore Di Giacomo., come mostra un aneddoto raccontato dal nostro grande scrittore Giuseppe Marotta, in una pagina di uno dei suoi libri, San Gennaro non dice mai no, di cui ti presento la copertina. Inutile dire che anche questo libro lo trovai su una bancarella di Port’Alba.

libro di marotta
Il libro di Giuseppe Marotta, San Gennaro non dice mai no, nell’edizione del 1956.
La prima edizione è del 1953

Questa notazione ha la sua ragion d’essere: se cerchi i libri di Giuseppe Marotta in una libreria, infatti, ti sarà difficile trovarli. Ad opera di una critica malevola, superficiale e francamente ideologica, questo grande scrittore è stato dimenticato e i suoi libri non sono stati ristampati, se si eccettuano L’oro di Napoli e Gli alunni del sole. Ma anche questi sono difficilmente reperibili per la via tradizionale. Prima o poi, ti parlerò meglio di Giuseppe Marotta.

Ora ti presento l’aneddoto che Marotta udì dalla voce della moglie di don Salvatore, quando, tornato a Napoli dopo una lunga assenza, si recò a fare visita alla vedova Di Giacomo. Si parla appunto della lealtà di uno “scugnizzo” napoletano.

Un giorno, durante il loro fidanzamento, donna Elisa e don Salvatore si attardarono nel giardinetto di una trattoria suburbana; il poeta non aveva più sigarette e incaricò uno “scugnizzo” di andarle a comperare. – Si approprierà del denaro, non lo rivedremo più – disse donna Elisa. – C’è un quarto d’ora di strada, sarà qui fra sette minuti – ribatté Di Giacomo. Trascorse un’ora, lo “scugnizzo” non si vedeva. Donna Elisa esultò, ma non di un cattivo piacere; vinceva come una mamma che ha visto giusto, vinceva perché (riferisco le sue parole) i poeti sono troppo semplici e ingenui, non si possono lasciar soli con la vita. Invece lo “scugnizzo” arrivò col cuore in gola, esausto e leale come il tamburino sardo; l’unico tabaccaio dei paraggi era sprovvisto delle sigarette preferite da don Salvatore, perciò il ragazzo aveva fatto una corsa in città.

Di Giacomo andò in estasi , donna Elisa non lo vide altrettanto felice neppure quando fu nominato senatore.

scugnizzi via tribunali
Uno scugnizzo napoletano all’altezza della Croce di Lucca, all’inizio di via Tribunali.
Fotografia dell’Ufficio Regionale dei primi del ‘900

Come si vede, uno scugnizzo non tradisce la fiducia che gli si accorda. Incidentalmente, ricordo che il Senato si rifiutò di ratificare la nomina di Di Giacomo, con il pretesto che, tra l’altro, era anche autore di “canzonette”. Ahimé, ché un certo tipo di ideologia è sempre in agguato, sia nel Senato dell’allora Regno d’Italia, sia in certa critica letteraria. Ma anche questa è un’altra storia e anche questa la narrerò un’altra volta.

Per ora, vorrei notare solo come tra il popolo napoletano e i suoi “intellettuali” non c’è mai stato distacco: per il popolo Di Giacomo era “don Salvatore”, così come Croce era “don Benedetto”. E tutti erano orgogliosi della loro presenza che rappresentava così bene Napoli di fronte all’Italia e al mondo. Ma anche di questo riparleremo.

2 commenti

  1. Che articolo meraviglioso, caro Italo, complimenti! Mi piacerebbe proprio che ci tornassi sul Marotta e, invece, per quanto riguarda il mio omonimo come scrive? “Percorsi di libertà” non l’ho letto.
    Grazie
    Mariano

    • Grazie ancora. Continuo a pensare che i complimenti sono dovuti più alla tua gentilezza che a un mio reale merito. Che io torni su Marotta, ci puoi contare. Anzi parto subito con il prossimo articolo, che dovrebbe vedere la luce l’otto settembre.
      Il tuo omonimo non è a rigore uno scrittore, ma un economista che ha scritto delle memorie in cui vi sono delle cose interessanti anche per chi ama Napoli.

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