mercoledì , 20 settembre 2017
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Alberto Luca e presepe

Magia del Natale: fare il presepe all’ultimo minuto

Fare il presepe è un’operazione molto delicata, che va fatta, anche all’ultimo minuto, perché si mantenga la tradizione, possibilmente alla presenza e con l’aiuto dei bambini, che ne avvertono tutta l’importanza e, forse, tutta la sacralità, come ho potuto constatare io stesso.

Fare il presepe, come l’ho sempre inteso, non è un hobby e quindi neppure modellismo. Senz’altro è qualcosa di più. Uno dei miei lettori lo intende come un apostolato, e me lo ha scritto. Certo è un volersi mantenere nella corrente della tradizione.

Perché nel “fare il presepe”, come ho ricordato qualche altra volta, importante è tenersi nel solco della “tradizione”, che è l’atto di “affidare” ciò che si è appreso: si “affida” alle nuove generazioni ciò che noi stessi abbiamo ricevuto dalle vecchie.

Per questo, perché il Natale possa esercitare tutta la sua magia, è necessaria la presenza dei bambini: è soprattutto per loro che ci si adopera a “fare il presepe”, come che sia: grande o piccolo, più artistico o meno artistico, purché sia un presepe.

A questo proposito, ti riporto un altro ricordo della mia vita.

Una vigilia di Natale, si era ai primi degli anni Settanta, ritornai a casa nel tardo pomeriggio. Avevo trascorso la notte e buona parte di quel giorno nella chiesa della mia parrocchia, per costruirvi il presepe, che era molto grande, una intera cappella. Mi ero ridotto all’ultimo momento, perché fino al ventidue dicembre ero stato impegnato con il mio lavoro di insegnante. Ma alle cinque del pomeriggio avevo terminato e feci ritorno a casa stanchissimo, ma soddisfatto, anche se un po’ amareggiato perché, per fare il grande presepe in chiesa, avevo rinunciato a quello di casa mia. Appena entrato, mi gettai su una sedia, a riposarmi: “Pazienza – mi dissi – quest’anno, invece di fare il presepe, mi accontenterò di collocare sul mobile bar una culletta per il Bambinello”.

Mia madre, però, mostrò di non avere preso bene che non avessi preparato, come tutti gli anni, il presepe.

Ho spesso parlato e scritto di mio padre e mi è stato sempre molto facile, le parole sono uscite quasi da sole: più difficile mi è stato sempre, invece, parlare di mia madre. Quello con la madre è un rapporto così intimo che quasi non lo si può condividere con altri.

Mia madre aveva un modo tutto particolare di sorridere, con mille sfumature  che erano più eloquenti di mille discorsi: sorridendo, ti faceva capire che quella che avevi fatto non era proprio una bella cosa. Te lo faceva capire con garbo, ma con fermezza. Così, con uno di quei sorrisi, mi mostrò la sua contrarietà: “Proprio quest’anno che il tuo nipotino (il figlio di mia sorella maggiore) comincia a capire, non hai fatto il presepe”. Questa semplice frase non mancò di avere il suo effetto. Capii di avere mancato ad un compito sacrosanto che da anni ormai mi apparteneva: “fare il presepe” a Natale.

Mi giustificai dicendo che però ne avevo costruito uno bello grande in chiesa (mia madre era molto devota). Non rispose: per lei, quella non era una giustificazione sufficiente per non fare il presepe a casa, soprattutto ora che c’era un bambino che cominciava a sgambettarvi. Per fortuna, a togliermi dall’imbarazzo, bussò la vicina di casa, una signora molto gentile, ad avvisare mia madre che l’altra figlia la chiamava da Roma (all’epoca non avevamo il telefono). Mia madre seguì la  vicina ed io restai solo in casa.

Ti ricordi l’episodio evangelico delle “Nozze di Cana”? Quando la Madre dice a Gesù che gli sposi non hanno più vino? E Lui, dopo un deciso diniego, obbedisce al desiderio materno e compie il suo primo miracolo, quello della trasformazione dell’acqua in vino.

Per carità, non pensare, ora, che mi monto la testa e che addirittura mi paragono a Lui, come  ha avuto la tentazione di fare un ben noto uomo politico. Però, se leggiamo certi libri ed ascoltiamo certe storie, è anche per prendere esempio: non avrei saputo trasformare l’acqua in vino, ma, per ubbidire alla volontà di mia madre, potevo benissimo “fare il presepe”, “operando la trasformazione” di un po’ di giornali e qualche chilo di gesso, che avevo lì pronti. Scacciai la stanchezza e mi misi febbrilmente al lavoro.

Non so quanto tempo mia madre restò via a parlare a telefono con la figlia e poi a scambiare un po’ di chiacchiere con la nostra cortese vicina: ma, quando fece ritorno, lo scenario del presepe era bell’e pronto.

“A! poi l’hai fatto!?” disse, e non era una domanda, ma una constatazione: e questa volta il sorriso mi disse che da me non si era aspettata di meno.

Poi il nipotino arrivò, con i suoi genitori, che trascorrevano con noi la vigilia di Natale. Il piccolo si reggeva già da solo sulle gambette, ma ancora non parlava: eppure, vedendomi al lavoro, immediatamente capì qual era il suo compito in quest’opera collettiva che è il “fare il presepe” e cominciò a passarmi i pastori uno ad uno, prendendoli con delicatezza e porgendomeli perché li collocassi al loro posto nello scenario. Non ne fece cadere nessuno.

Alberto-e-presepe
Mio nipote Alberto vicino al presepe

Anzi, devo metterti al corrente di un fatto che per me è davvero significativo.

La mia casa è stata sempre assaltata da orde di bambini, i cuginetti, i figli dei “compari”, infine i nipotini: tutti hanno massacrato le mie collezioni di soldatini (e del resto, per un bambino, niente di più naturale che far “combattere” dei soldati), hanno devastato le mie raccolte di fumetti, hanno scarabocchiato i miei libri (trovo ancora le loro “firme” su una grammatica greca o su un trattato di filosofia), ma non hanno mai rotto un pastore, sebbene tutti abbiano passato il Natale con me e abbiano “frequentato” i miei presepi. Segno (almeno così io lo interpreto) che sono riuscito a trasmettere loro il senso della “sacralità” che vi è nell’azione di “fare il presepe”.

La stessa sensazione ho avuto, tutte le volte che ho allestito il presepe in chiesa, attorniato da frotte di ragazzi che poi, divenuti adulti, hanno continuato a “fare il presepe”, secondo la tecnica e le regole che hanno appreso da me e a loro volta hanno trasmesso la stessa passione ai figli. Questo è, per me, il senso della tradizione.

E tu, ti sei mai interrogato sul senso della tradizione nel “fare il presepe”? Hai cercato di trasmettere a qualcuno la tua stessa passione?

17 commenti

  1. Molto bello! Anche a me è successo di fare il Presepe all’ultimo momento, con grane sforzo e anche fatica, ma per niente al mondo avrei rinunciato a farlo! E lo faccio soprattutto per me, perché non ho più bambini per casa, i miei figli sono grandi e non ho ancora nipotini, ma quella magia che si crea con il Presepe è unica. Il profumo del muschio, le statuine, gli animali, sono parte di un momento che che mi riporta indietro alla mia infanzia!

    • Ciao, Anita. Non posso fare altro che ringraziarti per questa tua preziosa conferma delle mie idee. Ma i tuoi figli hanno imparato a fare anche loro il presepe, in modo poi da trasmetterla ai bambini che verranno?

  2. Bello e prezioso questo ricordo della tua vita. Grazie per averlo condiviso con noi.
    Io con le mie bimbe tanti anni fa, ora anche loro sono madri, preparavamo il presepe, ė preparavamo pastori e pecore modellati con le nostre mani in pasta dash che poi coloravamo e lucidavamo. Ancora usiamo quelle statue. Ma ora saranno i nipotini a collocarle attorno alla capanna. Buon Natale

  3. E’ verissimo. La mia tradizione incomincia da mia bisnonna… che io non posso ricordare ma mi trasferì il suo esempio una prozia… Magna Vigia. Mia bisnonna teneva da parte un po’ di soldini durante l’anno perchè a Natale potesse comprare una nuova statuina… Magna Vigia me lo raccontava come una favola ma dava molta importanza a questo aneddoto. Lei raccolse la tradizione da mia bisnonna e di tanti nipoti che eravamo scelse me, non so perchè, forse perchè aveva intuito che avrei raccolto l’importanza del presepe. Ricordo ancora quando da piccola mi diceva… “sa Franca va a prendere il muschio”. Erano le parole magiche che mi preannunciavano che avremmo preparato il presepe. La tradizione era che per l’8 di dicembre doveva essere tutto pronto. Tutti gli anni litigavamo, lei voleva mettere la statuina in un posto io in un altro, lei voleva mettere il muschio così ed io cosà, insomma alla fine in un modo o nell’altro ci mettevamo d’accordo e quando era finito ci guardavamo in viso e sorridevamo. Non mi ricordo un momento più felice della mia infanzia. Quasi mi vengono le lacrime agli occhi a ricordarlo… Ho ereditato alcune statuine di quel presepe ed una in particolare mi riporta indietro nel tempo e rivivo ogni volta che la vedo quei momenti. Ancora oggi preparo il presepe ed ogni anno voglio farlo più bello, quest’anno poi ci sto lavorando ormai da mesi… non ho tante occasioni purtroppo di avere bambini… forse quest’anno mio fratello porterà i suoi figli a vederlo e non vedo l’ora di scoprire chi avrà quella scintilla negli occhi e raccoglierà questa eredità. Perchè è proprio così: devi lasciare questa tradizione a qualcuno che a sua volta la continuerà e la trasferirà a qualcun altro… è questo il vero significato del presepe… della tradizione… So che Magna Vigia da lassù lo sa e sta sorridendo.

  4. dove posso trovare fiure per il presepe da ritagliare con il traforo grazie

    • Una volta le cartolerie vendevano dei fogli per traforo con i soggetti più vari, anche del presepe. Oggi, non so. Ma se prendi un libro di arte, puoi fotocopiare le figure che ti occorrono, incollarle sul compensato e ritagliarle a traforo. Un Natale ho fatto seguire questo sistema ai ragazzi di una parrocchia. Il risultato fu buono. Ciao. E grazie per avermi scritto.

  5. Complimenti per quanto fai con passione, sono le persone come te che mantengono vive le tradizioni di un mondo che corre troppo veloce: davanti ad un presepe tutti dovrebbero fermarsi a riflettere sul senso della vita. Ciao e meno male che ci sono ancora persone come te.

  6. Le tue righe mi portano indietro nei ricordi della mia fanciullezza quando bambino con mio padre andavo a comprare il pastore che tanto desideravo. Potevamo comprarne uno o due all’anno con i soldini che mio padre riusciva a rosicchiare dalle spese casalinghe. Già da ottobre si pensava alla scelta da fare, ed averlo poi tra le mani ed inserirlo nel presepe costruito sul comò, per mancanza di spazio, era una gioia ed un’estasi indescrivibile. Con i miei nipoti, con i bambini ed i ragazzi degli amici li invoglio alla costruzione di un presepe anche piccolo… basta che si faccia con qualsiasi materiale, sarà la fantasia, le sensazioni, la gioia e l’emozione a renderlo bello ed appagare di felicità di chi lo ha costruito. Ho distribuito fotocopie dei tuoi scritti, alle mamme del mio rione, spero che ti contattino ma soprattutto collaborino con i loro bambini alla tradizione del presepe. Saluti peppe cicirelli

    • Grazie per avermi nuovamente scritto e di fare pubblicità alle mie idee, che poi non sono mie, ma di una civiltà che va difesa a tutti i costi; io mi limito a metterle per iscritto, sperando che qualcuno le raccolga e mi aiuti a diffonderle. Bello il ricordo dei pastori, acquistati con gli anni poco per volta. Anch’io ho costituito così la mia schiera di pastori, ai quali sono affezionatissimo. Essi hanno ognuno un nome e i ragazzi che vedi nella foto, i miei nipoti, mi hanno aiutato a battezzarli. Grazie ancora.

  7. Leggendo i tuoi articoli, caro Italo, mi vien voglia di ringraziare il buon Dio per simili doni: tanta bellezza ispiratrice può nascere solo dal Suo cuore.
    Un caro saluto
    Mariano

    • Allora, Lo ringraziamo insieme. E grazie del commento: quando non ti leggo per un po’, comincio a pensare, con qualche preoccupazione, che forse non scrivo più nulla di interessante.

    • Questo non è vero! Perdonami per l’accostamento avventato alle cose che scrivi, ma sto pensando al ristoro di una calda minestra fumante dopo una giornata di freddo “osseo” e tu già sai che quel calore, così prezioso, giunge fino all’anima.

  8. Nonostante io non senta la necessità di fare il presepe, mi dispiace comunque constatare che mia figlia dia più importanza ai regali che sopraggiungeranno il 24 notte anziché far nascere il Bambino. E’ vero che l’istruzione deve partire dalla famiglia…..ma ormai anche fuori casa, e purtroppo anche a scuola, il “far nascere il Bambinello” è passato in secondo piano.
    Roberto

    • Be’, è proprio per questo che bisogna insistere a fare il presepe, non credi? Se a Natale non poni in primo piano la costruzione del presepe, è consequenziale che la notte di Natale si pensi ai regali e non al Bambino. Bisognerebbe fare intendere ai ragazzi che Natale è il compleanno di Gesù Bambino e che quindi i regali andrebbero fatti a Lui. Ma dovremmo capirlo noi adulti per primi.

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