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La lavandaia: purezza e rinascita nel presepe

La lavandaia, connessa al simbolismo del fiume e dell’acqua, completa in una triade la coppia cacciatore-pescatore. Nel suo aspetto di levatrice, rinvia non solo alla purificazione, ma anche alla rinascita, invitando a proseguire il “cammino” della vita: il monito stesso che ci viene dalle pagine del Padre Dante.

La lavandaia, sul presepe napoletano, è, credo, la la figura più seducente, così come la zingara è sicuramente la più inquietante.

La lavandaia è senz’altro la figura più seducente, quando i Maestri pastorari si divertono a cogliere e a trasfondere nella creta tutta la florida opulenza delle donne del popolo.

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La lavandaia

Non posso ricordare senza un sorriso il grande Totò, nel film “Sua Eccellenza si fermò a mangiare”:

– Dotto’, ma io non ci ho niente – dice la prosperosa fanciulla che Totò, falso medico, ma vero estimatore di bellezza femminile, pretende di “visitare”.

E Totò: – Ué, dicono tutte così, sa: ‘non ci ho niente’! E invece ci hai tutto: giovinezza, bellezza, freschezza e opulenza …

Opulenza: parola naturalmente sconosciuta alla bella e florida ragazza, che la crede una brutta malattia.

Questa divertente scenetta mi ha sempre richiamato alla mente l’immagine della lavandaia, quale l’avevo vista tante volte sulla soglia dei “bassi” napoletani, da cui si spandeva l’odore di freschezza e pulizia: nella sua opera c’era tutta la poesia di un lavoro umile ed essenziale, essenziale proprio perché umile, come è la caratteristica di ogni vero lavoro.

Ma la lavandaia non perde di fascino, neanche quando è rappresentata avanti con gli anni, come in questo piacevole pezzo della bottega dei Festinese, che avevano, un decennio fa, il laboratorio in vico san Domenico:  la varietà dei colori nei panni lavati mette allegria e il tocco di verità nello scialle e nel pettine che trattiene la crocchia dei capelli ci ispira simpatia.

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Lavandaia della Bottega dei Festinese

La lavandaia, come immagine della donna che elimina le scorie dell’umano sudiciume, è una figura ben nota anche all’Alchimia.

Un emblema Atalanta fugiens, di Michael Maier, indica nella lavandaia l’esempio che il vero Alchimista deve seguire, se vuole compiere l’opera.

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La lavandaia – Emblema III dell’Atalanta fugiens. “Recati dalla donna che lava i panni e fa’ lo stesso”

La lavandaia è legata strettamente al fiume e al simbolismo dell’acqua e quindi, sul presepe, anche all’altra importante figura, che è quella del pescatore; di conseguenza, anche al cacciatore che con il pescatore forma una coppia in rapporto di opposizione e di complementarietà.

Voglio soffermarmi ancora un po’ sul simbolo “acqua”, ad integrazione di quanto ne ho detto qui, nell’articolo sul pescatore: simbolo che è uno dei più ricchi e complessi, in base al fatto che l’acqua concreta, reale, è fondamentale per la vita dell’uomo.

Per esempio, l’acqua, a dire del filosofo greco Talete, è l’elemento originario di cui tutte le cose sono fatte.

E sul piano religioso, ricorderai certamente che nella Bibbia, proprio all’inizio della Genesi, lo spirito di Dio aleggia sulle acque; l’acqua è allora l’elemento primordiale, l’unico che c’è fin dall’inizio insieme con Dio, che non deve neppure prendersi la briga di crearlo: nella Genesi, infatti, Dio si limita a separare le acque che sono sopra il firmamento, da quelle che sono sotto il firmamento, mentre per gli altri elementi della natura si dice espressamente che Dio li creò volta per volta, come creò il Sole e la Luna, creò le creature e così via.

L’acqua che cade dal cielo sotto forma di pioggia ha la funzione di  fecondare la terra, promessa e garanzia di vita,  ma la storia del diluvio, mediante il quale la divinità distrugge l’umanità, colpevole di troppi delitti, rivela nella maniera più chiara la fondamentale ambiguità di questo simbolo, ambiguità che, come ho detto qui,  è caratteristica comune di tutti i simboli.

Ma, dopo il diluvio c’è un nuovo inizio ed una nuova umanità, come accade esplicitamente nel mito greco, in cui Deucalione e Pirra ripopolano il mondo, gettandosi pietre alle spalle.

Nel diluvio, quindi, l’acqua ha mostrato tutto il suo potere distruttivo ma anche il suo potere di rinnovamento, ripulendo la terra dalle iniquità degli uomini: è dunque il caso estremo dell’acqua intesa come strumento di purificazione.

Si tratta del consueto trasferimento di fatti materiali sul piano spirituale, mediante quel processo mentale che si chiama analogia: dal momento che l’acqua è il mezzo normale con cui ci si lava e si tolgono le macchie materiali che deturpano la bellezza e il decoro esteriori, a questa azione di pulizia esterna può corrispondere la purificazione dal male e dal peccato sul piano interiore.

Questa costellazione simbolica è contenuta nel gesto con cui il sacerdote asperge i fedeli con l’acqua benedetta e, in forma molto “abbreviata”, nel nostro uso di “bagnare” gli oggetti prima di iniziare a usarli.

Come vedi, allora, la lavandaia non è per nulla un personaggio secondario, soprattutto se tieni presente che essa è un altro aspetto di quella figura che compare in molte rappresentazioni della Natività, sia di Gesù, sia di Maria: la levatrice, che, dopo avere “levato” il bimbo dalle tenebre del grembo materno ed averlo aiutato a venire alla luce, lo lava, purificandolo dalle impurità del parto.

Ti propongo due interessanti immagini della levatrice/lavandaia, che, assieme a molte altre, ho scoperto nei miei vagabondaggi per l’Italia: la prima proviene dal Battistero di Verona, la seconda è un frammento di affresco, dovuto a Montano d’Arezzo, nella Basilica di San Lorenzo in Napoli.

La lavandaia, allora, completa in una triade la coppia cacciatore/pescatore, alludendo alla rinascita nella superiore dimensione dello spirito, in cui è superata la monotona faticosa vicenda del nascere-vivere-morire.

La lavandaia è un invito ad andare avanti, a proseguire il viaggio intrapreso, a non lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà dell’esistenza, perché questa ha un senso, non è un andare senza scopo, ma è un “cammino”, un “viaggio” con una meta sicura, come, ancora una volta, ci assicura il Padre Dante.

“Nel mezzo del cammin di nostra vita”

“Tu saprai di tua vita il viaggio”

E tu, hai mai pensato di prendere Dante a guida per comprendere il “viaggio presepiale”?

2 commenti

  1. Lo ammetto, caro Italo, non ci ho mai pensato ad una guida così autorevole per continuare il nostro “viaggio presepiale” né tanto meno all’opulenta lavandaia che ci tira fuori dai guai… ah ah! Complimenti ancora per il tuo articolo: appassionante come immaginavo.
    Un saluto
    Mariano

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