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La “Cantata dei pastori”: la lotta tra il Bene e il Male

La “Cantata dei pastori” fu rappresentata per due secoli sui palcoscenici dei teatri popolari di Napoli e mostra l’eterna lotta fra bene e male, che si fa più violenta al momento della nascita di Gesù. Tra questo “dramma sacro” e il presepe popolare napoletano vi sono dei rapporti molto stretti.

Quando Andrea Perrucci (o Perucci: sono attestate tutte e due le forme), alla fine del Seicento, diede alle stampe la sua opera teatrale, Il vero Lume tra l’ombre, ovvero La spelonca arricchita, non immaginava certo la fortuna che essa avrebbe ottenuto nei teatri popolari di Napoli, sotto il nome corrente di “Cantata dei pastori”, per due secoli e più.

Naturalmente, come avveniva a tutte le opere teatrali dell’epoca, il testo, in tre atti, non fu mai rappresentato nella forma pura e semplice nella quale era stata scritta dal dotto gesuita; secondo l’uso di quella che a scuola abbiamo conosciuto come Commedia dell’arte, il testo costituiva solo la base su cui poi gli attori mettevano alla prova i propri talenti di invenzione e di bravura, di capacità d’improvvisazione, in modo che il testo stesso si arricchiva e si dilatava, con battute, scene e, a volte, addirittura personaggi, che entravano a fare parte della tradizione.

Di questo modo di operare possiamo scorgere un riflesso nell’arte del grande attore napoletano, Antonio De Curtis, in arte Totò: ti sarai spesso accorto, nell’assistere ad un film con Totò, che una particolare scenetta ha tutta l’aria di essere stata creata lì per lì dall’attore, con una capacità di invenzione che si esalta in compagnia dell’altro grande, Peppino De Filippo. Te ne accorgi anche dal fatto che gli altri attori fanno un evidente sforzo a trattenere il riso, per quelle battute improvvise che non erano nel copione. L’accostamento non è affatto casuale, poiché Antonio De Curtis, prima di approdare al cinema, che lo avrebbe reso celebre, aveva calcato i palcoscenici dei teatri popolari di Napoli.

Ti propongo un breve riassunto della “Cantata dei pastori”, che purtroppo non ho mai vista rappresentata, ma che per anni ho letto ai miei nipoti, la notte di Natale, dopo avere posto il Bambino Gesù nella mangiatoia.

Andrea Perrucci scrisse il suo testo con intento edificatorio, volendo mostrare agli spettatori la lotta fra il bene e il male che, se è senza interruzione nella storia del mondo, si fa più accesa nella Santa Notte, perché le forze infernali tentano con tutti i mezzi di cui sono capaci di impedire la nascita del Salvatore, che strapperà loro il dominio sulle anime.

Maria e Giuseppe, in obbedienza all’ordine del’Imperatore romano, sono in viaggio verso Betlemme, loro luogo d’origine, per  fare iscrivere i loro nomi nel censimento. Naturalmente, poveri come sono, viaggiano a piedi, e risentono della fatica del cammino: Giuseppe è un vecchierello canuto (secondo la tradizione più diffusa), Maria è una ragazza, fragile nel corpo, ma salda nello spirito, ed è incinta.

Il Principe dell’Inferno ha sentore di qualcosa di nuovo e di grandioso che il Cielo prepara per l’Umanità attraverso quella coppia: decide di impedire la nascita prodigiosa e perciò invia un suo emissario, che, a seconda dei teatri, si chiama Asmodeo o Belfegor, il quale tenterà di fare morire la Sacra Coppia, con i mezzi più vari: cercherà di annegarla in un fiume, di farla uccidere da diavoli vestiti da masnadieri o da complici improvvisati, susciterà addirittura un dragone, posto a guardia della grotta in cui i due cercheranno riparo dai rigori del gelo.

Ma Giuseppe e Maria sono protetti dall’Alto: veglia su di loro l’Arcangelo Gabriele che rende vane tutte le insidiose trame di Belfegor.

Il Cielo si serve anche dell’aiuto degli uomini: dei semplici pastori si adopereranno per portare aiuto al vecchio Giuseppe e alla sua giovane sposa.

Un pastore, Armenzio, ha due figli: uno, il maggiore, preferisce l’arte della caccia alla custodia del gregge, l’altro, il più giovane è Benino, un ragazzetto di buon cuore, ma un po’ furfantello, anche in omaggio all’età.

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Armenzio e i suoi figli: Benino e Cidonio
Presepe Sarcone, 1995

Amico dei tre è Ruscellio, che di mestiere fa il pescatore.

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Il pescatore
Presepe Sarcone, 1992

Mentre Armenzio e i suoi figli adorano il vero Dio, Ruscellio è un pagano, ma non manca di una salda moralità, tanto che alla fine del dramma si convertirà, avendo riconosciuto nelle divinità da lui venerate un travestimento del diavolo.

Avrai a questo punto notato che i personaggi della “Cantata dei pastori” sono gli stessi che popolano lo scenario del presepe.

Benino, all’inizio del primo atto, è immerso in un sonno profondo e non vuole destarsi, malgrado i rimbrotti del padre, per continuare un suo bellissimo sogno. Sul presepe di casa mia ho sempre collocato accanto al Benino un pastore che abbiamo battezzato Armenzio, in omaggio alla nostra lettura natalizia.

Cidonio, poi, è cacciatore e, in quanto tale, è amico, ma anche rivale del pescatore Ruscellio.

Non basta.

L’Arcangelo Gabriele, per contrastare Belfegor, in una scena si mostra sotto le spoglie della Sibilla, che è uno dei riferimenti di un altro personaggio del presepe popolare, la Zingara.

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La zingara con bambino in braccio
Presepe Sarcone, 1982

Belfegor stesso, in un altro tentativo di insidiare la Sacra Coppia, si traveste da Oste, personaggio che, come ormai sai bene, sul presepe popolare napoletano non può mancare. Zingara e Oste saranno naturalmente l’oggetto di prossime mie (mi permetti di chiamarle così?) “divagazioni presepiali”.

Oste - Presepe Napoletano Popolare
Oste nel Presepe Napoletano Popolare realizzato da Italo Sarcone nel Natale del 1992.

A questi “interlocutori” (come li definisce il testo di Andrea Perrucci) si aggiunge il napoletano Razzullo, che, dalla lontana Partenope, ha seguito il preside romano in qualità di scrivano, cioè di esattore delle imposte.

Spinto ad essere un po’ furfante dal costante appetito che non riesce mai a soddisfare (l’unica volta che ci riesce, gli fanno credere che il cibo era avvelenato), ma di animo fondamentalmente onesto, Razzullo si ispira all’arte di arrangiarsi, che gli porta continuamente guai. Accetta di scendere a compromessi, se è necessario per riempire, almeno una volta, la pancia, ma si rifiuta di fare del male ai suoi simili.

Rappresenta il personaggio comico, quello che, in un dramma sacro, deve assicurare il momento della risata, ma alla fine, come accade ad ogni vera comicità, risulta il più commovente: alla fine, le parole più belle per la nascita del Bambino Gesù sono pronunciate proprio dal pavido morto di fame, dall’onesto e generoso napoletano Razzullo.

Per il momento è tutto.

Sono riuscito ad incuriosirti?

4 commenti

  1. peppe cicirelli

    Fantastico ,una sorgente tra arte,tradizione e storia.Grazie.

  2. Pur avendola vista più volte a teatro, non avrei mai pensato di accostare i personaggi di questa bellissima opera a quelli del presepe popolare e adesso comprendo anche quella meravigliosa tradizione di leggerla ai tuoi nipotini la notte di Natale.
    Sempre impazienti di leggere le tue dilettevoli “divagazioni presepiali”, come piacevolmente le chiami, vado subito a dare una scorsa alle parole finali di Razzullo.
    Un saluto affettuoso anche da parte di Francesco che ti ringrazia per la tua risposta.
    Mariano

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