mercoledì , 20 settembre 2017
Home / Simbologia / La mia interpretazione del Presepe, in tre settimane e una vita!

La mia interpretazione del Presepe, in tre settimane e una vita!

La base per l’interpretazione del presepe popolare napoletano, unitaria e coerente,  è costituita dal confronto con il folclore e le leggende dei vari popoli, soprattutto con la mitologia greca e con l’Alchimia. Un lavoro intellettuale che può occupare una vita intera.

L’immagine che  ti presento qui è un presepe che allestii nel 1982, su una base di un metro e trenta di larghezza per un metro di profondità. La tecnica adoperata in questo, come in altri miei presepi, è quella della cartapesta  intrisa nel gesso alabastrina, a pronta presa, tecnica che consente una facile modellatura. In esso si vede che è già attiva la mia interpretazione del presepe.

presepe-sarcone-1982
Presepe Popolare del Natale 1982, Italo Sarcone

Per quanto riguarda la scenografia, sul piano della grotta puoi osservare alcuni dei personaggi principali del presepe: nella grotta è collocata la Natività, con i due zampognari sul limitare. Poi, i tre Re Magi, la Zingara, il Ciccibacco che esce da una grotta ed altri personaggi secondari.

Più indietro si scorge, come omaggio alla mia città, Porta Capuana, una delle porte superstiti della cinta muraria (quasi del tutto scomparsa) di Napoli.

porta-capuana-presepe-italo-sarcone
Porta Capuana – Presepe Popolare, Italo Sarcone

Realizzai questo presepe in pieno accordo con la tradizione, su cui già portavo avanti il mio lavoro di interpretazione del presepe.

In anni di scorribande, per così dire, presepiali, in giro per i Musei, a visitare i presepi del Settecento, o su e giù per san Gregorio Armeno, parlando con i Maestri delle botteghe artigiane (molti di loro ricordavano l’attività artistica di mio padre), avevo compreso la profonda differenza che esiste tra “presepe colto” e “presepe popolare”:  intendo per “presepe popolare” quello realizzato nelle case napoletane e che, con le sue lucette colorate, occhieggiava dai “bassi”, dove era collocato sul comò, in posizione rilevata e privilegiata, costituendo il centro della vita familiare per tutto il periodo natalizio.

Un presepe povero, le cui statuine, a volte rozzamente abbozzate e dipinte, non potevano certo competere con le ricche statuette del Museo di San Martino, del Palazzo Reale di Napoli o della Reggia di Caserta, solo per fare degli esempi. Eppure, scoprivo in quei semplici paesaggi, quasi schematici, e in quelle modeste statuine un rigore strutturale e compositivo, un valore simbolico, quale mi sforzavo inutilmente di cercare sul monumentale presepe del Settecento.

Era come se, sul presepe del Settecento, le scene, composte con un gusto di documentazione spinto fino ad un crudo verismo,  si susseguissero alquanto caoticamente: lo sguardo dello spettatore si muoveva incerto fra i mille particolari, degni,  uno per uno, di attenzione e di interesse, ma senza un vero centro catalizzatore. La scena che sarebbe dovuta essere la fondamentale, cioè la Natività, finiva quasi relegata in secondo piano, soffocata dalla massa di personaggi, di animali, di minuterie. Questo accadeva anche quando, come nel presepe Cuciniello, la Natività era posta su un poggio.

Insomma, il centro di interesse nel “presepe colto” non è la nascita del Bimbo Divino, ma la variopinta vita delle strade di Napoli e dei dintorni della città: per questo il “presepe colto” ha uno straordinario valore documentaristico per la vita del tempo. Questo verismo si spinge fino a rappresentare le deformità e le malattie: ad ignoti autori napoletani, a cavallo dei sec. XVIII e XIX, appartengono i “deformi” e i  “gozzuti”, che fanno bella mostra di sé (si fa per dire), nelle vetrine del Museo di san Martino.

deformi del Museo di San Martino-Napoli
“I deformi” del Museo di San Martino, Napoli

Il presepe popolare, invece, constava di un numero limitato di elementi e di personaggi, ma tutti rigorosamente “direzionati” verso un centro, che era il Mistero della Divina Nascita in una grotta, dove conduceva tutto il ritmo della composizione. Insomma, la Natività, nel presepe popolare, non era stata ridotta a mero pretesto, ma era ancora l’evento centrale della rappresentazione, che dava alla rappresentazione stessa la sua ragion d’essere.

Naturalmente, per portare avanti questa mia interpretazione del presepe, mi documentavo anche sui libri: e la loro lettura mi confermava nelle mie opinioni che andavano prendendo forma. I libri consultati, infatti, parlavano del “presepe colto”, e l’interesse principale non si incentrava sulla composizione in sé, quanto sul problema dell’attribuzione di questo o quel “pastore” alla mano di questo o quello scultore celebre, Giuseppe Sanmartino, Francesco Celebrano, i Vaccaro e così via. Dell’interpretazione “generale” del presepe, poco o nulla si diceva. Si trattava, insomma, di un problema afferente a quelle che erano dette, con termine alquanto ingiusto, “arti minori”.

Di fronte al presepe popolare, invece, si aveva l’impressione di una “verità psicologica” che spingeva a chiedersi “perché” sul presepe ci dovesse essere il fiume, “perché” ci dovesse essere il pozzo; “perché” era così importante che ci fossero un cacciatore, un pescatore e una lavandaia. Certo, figure quotidiane ben note al popolo, ma guai se una sola fosse mancata: la composizione sarebbe stata avvertita come incompleta.

Soprattutto, e fu la domanda principale che mi posi, “perché”, all’inizio di quello che era visibilmente un percorso, si collocava un pastorello immerso nel sonno, al quale la tradizione dava il nome di Benino. Questo sonno, però, non doveva essere un sonno di tipo comune, da “dormiglione”, per capirci, poiché in qualche presepe visitato nei dintorni di Napoli trovai che all’inizio del percorso presepiale il Benino dormiente poteva essere sostituito con un ubriaco con il capo abbandonato sulla botte.

Naturalmente, il collegamento che mi si presentò spontaneo, e che fu uno dei punti chiave per l’interpretazione del presepe, fu con l’inizio della Divina Commedia, dove Dante dice: “tanto ero pieno di sonno in su quel punto che la verace via abbandonai”.

Altre opere letterarie hanno come punto di partenza un sonno profondo che coglie il protagonista: la Ipnerotomachia, di cui ho già parlato a proposito di Benino, e il celebre Pimandro della tradizione ermetica.

Il passaggio di un fiume, gli incontri pericolosi avvenuti in capo a un ponte, la presenza di pozzi misteriosi, erano tutti elementi che ritrovavo continuamente nel folclore e nelle leggende di vari popoli, oltre che nella mitologia greca.

L’attenzione, poi, posta dai compratori di “pastori” nello scegliere per i Magi dei cavalli dai colori giusti, la cura posta dagli artigiani nella colorazione delle vesti della Madonna e di san Giuseppe, mi riportavano alla importanza che i colori rivestono nelle varie fasi della Grande Opera su cui si incentra tutta la ricerca dell’Alchimia. Anche la lettura di opere alchemiche mi confermava che, nell’interpretazione del presepe, ero sulla giusta strada.

Insomma, i miei studi concorrevano a chiarirmi, un po’ alla volta, il senso profondo dell’opera che ogni anno, un po’ prima di Natale, ponevo in essere.

E qui, il “fare” coincideva con il “conoscere”.

Così, nel 1989, diedi alle stampe il risultato delle mie ricerche.

Quanto tempo impiegai a scrivere il Sogno di Benino?

Tre settimane e una vita.

6 commenti

  1. Ciao Italo,
    hai toccato le vibranti corde dei ricordi e te ne sono grato, mi riferisco alla collocazione del presepe sul comò, “punto strategico”, come tu stesso affermi. Dici bene, infatti per tutto il periodo natalizio, il presepe era il centro della nostra vita familiare, con i suoi colori, le sue luci e una buona quantità di muschio che spesso stazionava ai piedi del comò e che si cercava di ricollocare alla meglio.
    Una battuta sul tuo libro, lo sai benissimo, oramai è diventato il Sogno di Mariano… poterlo leggere.
    Un abbraccio
    Mariano

    • Ti ringrazio per questa tua preziosa conferma dei miei ricordi. Non pretendo che le nuove generazioni si adeguino alla nostra sensibilità, ma è bene che sappiano. Ricordo una frase di un capo indiano nel film “Quando le leggende muoiono”: “è giusto che cambi; non è giusto che si dimentichi”. Forse, il tuo sogno di leggere il “Sogno di Benino” potrà realizzarsi. Conto sulla tua collaborazione di fedele lettore: i tuoi commenti mi sono di grande aiuto.

  2. Bartolo Incoronato

    Salve professore, non avevo riconosciuto la sua foto, ma ho subito riconosciuto il presepe, come l ‘ho visto mi so detto, questo è lo stile di Italo. Italo quel giovanotto molto più grande di noi, persona colta, addirittura un professore che fa il presepe nella chiesa dei Vergini. Era il tempo in cui il colto e il popolare nel mio quartiere si incontravano ancora. Ora vivo lontano da Napoli e mi occupo di teatro, spero poter leggere presto il tuo libro se mi dai qualche indicazione x procurarlo te ne sarei grato. Bartolo Incoronato

    • Sì, ricordo, i fratelli Incoronato che da me impararono a servir Messa e a fare il presepe. Bei tempi di operosità e di fede ingenua. Ed hai ragione: a Napoli, una volta, era la norma l’incontro tra colto e popolare, non solo nel nostro quartiere, che io non ho ancora abbandonato. Non puoi immaginare il piacere che mi hai dato, riconoscendo il mio stile presepistico. In quanto a “Il sogno di Benino”, purtroppo non è mai stato ripubblicato e in giro non si trova. Devi perciò accontentarti di quello che vado man mano scrivendo su queste pagine. Mi scriverai ancora? Per un bel tuffo nel passato.

  3. Caro professore mi aggiungo anche io a quelli che vorrebbero “Il sogno di Benino” nella propria libreria. Spero con tutto il cuore nella futura ristampa. Per adesso dei suoi libri ho solo “Il rudere e i lauri”, un caro dono per lo scorso Natale fattomi dalla mia fidanzata che purtroppo non è riuscita a trovare il Sogno di Benino per farmi una sorpresa, conoscendo la mia passione per il Presepe. Anche questo libro, come ogni suo scritto, mi è stato comunque graditissimo.

    • Caro Signor Francesco, la ringrazio del suo apprezzamento per quello che fu il mio secondo libro, con il quale credo, mettendo da parte ogni falsa modestia, di avere aperto un filone di studi, anche se la maggior parte di coloro che scrivono e parlano dell’argomento “presepe” mi ignorano (o fingono di ignorarmi), secondo un malvezzo tutto italiano. Purtroppo ci sono poche possibilità che il suo (e mio) desiderio di vedere ripubblicato il “Sogno di Benino” si realizzi. Esso è forse destinato a restare appunto un “sogno”: per varie ragioni. Quando lo pubblicai era il 1989 e l’argomento era del tutto nuovo. Oggi rischia di essere inflazionato. Ma sto pensando al modo di permettere ai miei affezionati lettori di potere in qualche modo leggere questo libro che, stampato una volta, è subito scomparso dalla circolazione. Grazie sempre della sua gentile attenzione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *