Il cane, amico e guida dell’uomo, sul presepe

Un gruppo in terracotta, visto in una bottega di San Gregorio Armeno, opera di Vincenzo Luciano, mi porta a riflettere sul significato simbolico del cane, amico e guida dell’uomo, sul presepe e nell’arte.

Accade di frequente che, nel mio quotidiano andare per le strade di Napoli, quasi senza che me ne avveda, i piedi mi conducano in via San Gregorio Armeno, la “via dei pastori”, dove nacqui e dove trascorsi i primi anni della mia vita nel laboratorio paterno di statuaria sacra. Impossibile è distaccarsi dai luoghi della propria infanzia, ai quali l’anima resta per sempre legata. E anche se non tutto quello che vedo nella via dei pastori mi piace o riceve la mia approvazione, soprattutto in quegli aspetti che mostrano l’indifferenza, l’incomprensione e addirittura il tradimento nei confronti della tradizione a favore del turismo di massa, non posso fare a meno di fermarmi a guardare le statuette da presepe, tra le quali a volte se ne coglie qualcuna particolarmente interessante.

Talvolta, poi, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a una di quelle che Karl Gustav Jung chiamò “coincidenze significative”. In un periodo in cui la mia riflessione “presepiale” si concentra su figure di mendicanti sul presepe, che interpreto come immagini delle anime purganti, e che rifletto sul significato simbolico sul cane nei sarcofagi dell’arte gotica, nella vetrina di una bottega artigiana noto un bel gruppo costituito da un vecchio mendicante cieco, con un cane, che uno “scugnizzo” si china ad accarezzare.

Il cane amico e guida dell’uomo. Gruppo del maestro Vincenzo Luciano.
Foto Michele Clima

Il gruppo mi fa venire in mente che non ho mai collocato sul mio presepe un cane, anzi che non ho mai avuto per amico un cane (forse i due aspetti sono correlati), non per il rifiuto verso questo animale che chiede così poco e che per quel poco che riceve dà in cambio molto, quanto per le circostanze della vita.

Eppure il cane fa parte del normale paesaggio della vita, sia come cane da guardia, sia come cane pastore, o anche semplicemente come cane randagio. Spesso i randagi, i piccoli cani bastardi, sono anche i più intelligenti e sono quelli che si attirano la simpatia degli abitanti del vicolo o del quartiere, che fanno a gara per nutrirli e procurare loro un giaciglio in cui rifugiarsi dal freddo. Il cane sul presepe, aggiunge dunque uno squisito tocco di umanità.

Il cane amico e guida dell’uomo. Un cane randagio disteso al sole in una via di paese.
Foto I. S.

E tuttavia, come al solito, devo avvertirti che le figure del presepe non hanno soltanto un significato quotidiano, ma rivestono anche un significato simbolico complesso e ineludibile, che va interpretato (puoi vedere l’articolo Il simbolo: come riconoscerlo e come interpretarlo).

Spesso mi ero chiesto, nel percorrere le chiese angioine, sul significato dei cagnolini posti ai piedi del defunto sui coperchi dei sarcofagi. Poi mi si presentò la spiegazione più semplice: i cagnolini erano simbolo di fedeltà del vassallo verso il feudatario e, nel caso del sarcofago di una donna, di fedeltà al vincolo matrimoniale. Il cane è, infatti, il più chiaro simbolo di fedeltà, come mostra, nel romanzo d’avventure più bello che sia mai stato scritto, il cane di Ulisse che per morire attende il padrone. Episodio bellissimo, anche pensando al fatto che i Greci, nei riguardi dei cani, non erano molto sentimentali.

Il cane amico e guida dell’uomo. Sarcofago nel Duomo di Napoli.
Foto I. S.

Infine, una delle pagine finali del Mahabharata, il grande poema epico dell’India antica, mi indirizzò anche su un’altra strada. Yudhistira, il maggiore dei cinque fratelli Pandava, per la sua giustizia, che è il suo specifico connotato, è ammesso, privilegio quasi unico, ad ascendere alla montagna del Paradiso nella sua forma umana, cioè nel suo corpo. Nell’ascesa lo segue il suo cane che non vuole abbandonare il padrone. Ma una voce dal cielo lo avverte che non può presentarsi nel Paradiso accompagnato da quell’animale. Diverse volte la voce lo ammonisce lo invita a sbarazzarsi del cane. Ma Yudhistira, che non per niente è un giusto, ogni volta ribatte che non può scacciare quella bestia che gli è stata sempre fedele. Infine, egli è anche disposto a rinunciare all’ingresso nel Paradiso, pur di non essere ingiusto verso il cane che gli ha dato prova di una indefettibile fedeltà. Infine, il cane si rivela per il dio Indra, che aveva assunto quell’aspetto animale proprio per mettere alla prova la giustizia dell’eroe.

Il cane amico e guida dell’uomo. I cagnolini ai piedi del defunto sul sarcofago nel Duomo di Napoli. Foto I. S.

Il cane, che nella religione greca è sacro ad Hermes/Mercurio e a Hecate, si rivela allora anche come uno psicopompo, una guida delle anime nell’oscuro regno dell’aldilà, proprio come sulla terra il cane è spesso il conduttore dei ciechi. Così, attraverso un breve viaggio tra la quotidianità e il simbolo, facciamo ritorno al bel gruppo del maestro Luciano.

Rinunciando, per ora, a scrivere degli aspetti negativi e infernali di questo nobile animale, voglio metterti a parte di un’altra “coincidenza significativa”. Mentre mi accingevo a scrivere questa pagina, mi avvenne di leggere uno dei romanzi di Andrea Camilleri che hanno come protagonista il commissario Salvo Montalbano, Il cane di Terracotta. Ebbene, in esso è centrale, come dice già il titolo, un cane di terracotta a grandezza naturale, che in origine fece parte di un presepe e che in seguito fu collocato in posizione tale da acquistare tutto il suo valore simbolico. Non ti dico altro, per non rovinarti il piacere della lettura, ove non l’avessi ancora letto e decidessi di farlo ora.

Un Commento

  1. Sì, è proprio vero l’anima resta incagliata ai luoghi d’infanzia, anche se alcuni cambiamenti non sempre sono benaccetti.
    Ma tu lo sai, caro Italo, che anch’io da diversi anni ho un cane in terracotta mai collocato e leggendoti finalmente troverà il suo posto in uno dei miei presepi.
    E infine grazie per il tuo consiglio libresco, Camilleri mi piace tanto, ma “Il cane di terracotta” non l’ho ancora letto.

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