domenica , 15 Settembre 2019
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Figurari e collezionisti a Napoli

Accettereste, voi, un trovatello in pagamento di un lavoro artigianale? E potreste rinunciare a lui, quando è cresciuto abbastanza per darvi una mano? E se vi rinunciate, lo fate per egoismo o per amore? Un libro parla del lavoro e della vita, tra arte e miseria, dei figurari napoletani del Settecento, e poi di appassionati del presepe che vanno in cerca dei pastori più belli: ma non solo. Un libro, quindi, da leggere, per chi ama il presepe e vuole calarsi per un po’ nell’atmosfera propria del lavoro dei “figurari”.

Figurari e collezionisti di “pastori” sono i protagonisti di un bel libro, a metà strada tra il romanzo e il documento, di Benedetta Cibrario. Il titolo, che dapprima non vi suggerisce l’argomento, ma che pure vi attira e vi  incuriosisce, è “Lo scurnuso”.

copertina lo scurnuso
Benedetta Cibrario
Lo scurnuso
Feltrinelli, Milano 2011. pp.192
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“Scurnuso”: un  aggettivo napoletano, secondo me molto bello, e che significa “chi ha scuorno”.

La parola  “scuorno”  in italiano si traduce approssimativamente con “vergogna”, ma si potrebbe tradurre altrettanto bene con “pudore”: lo “scuorno” è il sentimento non solo di chi sente il peso di una colpa, magari non sua, ma anche di chi è a disagio, di chi si sente inadeguato, in una certa situazione. Se volete raffigurarvi l’atteggiamento di uno “scurnuso”, immaginate un volto con un po’ di rossore, un sorriso timido e imbarazzato, la testa un po’ incassata nelle spalle.

“Che scuorno hai dato a me, povera vecchia”, dice la madre della ragazza “caduta”, nella canzone ‘o cunto ‘e mariarosa, di Ernesto Murolo e Ernesto Tagliaferri: “che vergogna mi hai causato”.

Ma anche il vecchio malandato, sollecitato ad accettare un caffé al bar, “me metto scuorno”, mi disse, accennando un mesto sorriso.

Lo scurnuso di cui parla Benedetta Cibrario, è una statuetta da presepe, una meravigliosa figura in terracotta della fine del Settecento, quella che nel linguaggio tecnico si definisce una “accademia”: rappresenta un vecchio che mostra la miseria del suo corpo devastato dall’inedia e dalla malattia, attraverso i pochi stracci che lo ricoprono.

Questo “pastore”, modellato dal lavorante di una bottega artigiana, attraversa due secoli, per arrivare, anonima eppure eloquente, fino ai giorni nostri, passando per le mani di esperti figurari e di appassionati collezionisti. Ed è il filo rosso che congiunge le tre parti in cui si divide la narrazione, oltre, è chiaro, la passione per il presepe.

pastore con la botte
“Pastore in terracotta”.
Bottega Maddaloni.
Foto I. Sarcone

Naturalmente, poiché te ne consiglio la lettura, non voglio raccontarti la trama: ti rovinerei il piacere. Qui ti presento solo gli aspetti che hanno interessato me, come appassionato di Napoli, delle tecniche dei figurari e del presepe, e ti dico qualcuno dei motivi per i quali lo raccomando  a te.

E chissà che non siano gli stessi motivi per cui Mariano, che tempo fa me lo mandò, ha pensato che, da napoletano amante della sua città e da cultore dell’arte presepiale, dovevo conoscere questo libro.

L’autrice ha il merito, non piccolo in quest’epoca, in cui molte sono le persone che dubitano di avere un’anima, di ricordarci che anche gli oggetti, invece, possono averne una. L’anima degli oggetti risiede nel modo in cui sono stati fatti, e nella storia che sta alle loro spalle.

Se poi l’oggetto è un manufatto artistico, la sua anima risplende anche di più.

gruppo di angeli
Gruppo di Angeli in terracotta.
Bottega di figurari a San Gregorio Armeno.
Foto Gianni Rollin

Certo, un oggetto non può parlare, nel senso consueto che diamo a questo termine, ma l’opera d’arte  con la sua sola presenza evoca un mondo intero e suscita tanti interrogativi che sono, sì, destinati a restare senza risposta, ma che comunque hanno in se stessi il loro significato.

Di fronte alla statuetta di cui si parla nel libro, di fronte allo “scurnuso”, non si può evitare la domanda di chi fosse quel povero rappresentante della razza umana, che, uomo come noi, ebbe un destino che si intuisce più infelice del nostro.

Poi, si affaccia alla mente l’altra domanda, su chi può essere stato l’autore: ma non nel senso in cui si pone questa domanda lo storico dell’arte, desideroso, anche per dovere d’ufficio, di attribuire l’opera alla mano di questo o di quell’altro artista (meglio se famoso), ma in un altro senso: quello ispirato da una umana pietà, che vorrebbe sapere chi fu colui che volle fissare nell’inerte materia il momento di un doloroso trapasso. E anche perché l’ha fatto. E quali rapporti c’erano tra il modello e l’artista.

Infatti, ed è cosa che si avverte anche senza essere critici d’arte, l’opera vi dice se l’artefice era interessato solo alla rappresentazione in sé, come mezzo per dimostrare la propria bravura, oppure se la mano che scolpì o modellò fu guidata dalla pietà, dal dolore,  dalla compassione (nel significato etimologico di com-patire, di soffrire con).

Cerco di spiegarmi meglio.

Partiamo dallo spiegare che cos’è una “accademia”

Come sai, i celebri “pastori” vestiti del settecento hanno testa, mani e piedi di terracotta o di legno, fissati ad un manichino fatto di stoppa. Il corpo è rivestito con veri abiti in miniatura, che rappresentano a loro volta dei capolavori dell’arte tessile.

C’erano figurari, e ci sono ancora, che si specializzavano nelle teste, altri nelle mani e nei piedi.

Con le teste da “pastore” si cimentarono anche artisti come Sanmartino e Celebrano, le cui opere in marmo e altri materiali riempiono le chiese, le strade, i musei di Napoli.

Quando un artista voleva mostrare la sua bravura, facendo vedere che  era capace di modellare non solo le teste, si produceva in una figura intera, , che si chiamava “accademia”, proprio per indicarne l’origine nel desiderio di produrre uno “studio” di una completa anatomia del corpo umano. Naturalmente, questa figura non doveva essere rivestita se non di pochi brandelli di abito, altrimenti addio effetto. Quindi si giustificava la quasi nudità del “pastore”, dandogli il titolo di “mendicante” o simile.

Ce ne sono di belli, al Museo di San Martino e credo che a qualcuno di questi accenni anche la Cibrario, che di questi argomenti possiede, a quanto sembra, una buona conoscenza.

Ma, se li guardi bene, dopo avere ammirato la bellezza di queste figure, ti chiedi come mai dei “mendicanti”, dei poveracci, cioè, abbiano quelle muscolature così ben sviluppate e ben tornite, da somigliare alle statue di Apollo dell’antichità classica. Poi ci rifletti e capisci che la denominazione di “mendicante” era appunto un puro pretesto.

“La figura era semisdraiata, con una mano allungata e l’altra piegata. Aveva i piedi contorti in uno spasmo e il torace scarno. Si potevano contare le costole”.

Ecco com’è, invece, lo “scurnuso”, che attraverso due secoli passa per le mani di appassionati collezionisti, che sono però anche degli appassionati del presepe, non dei puri raccoglitori di oggetti (delle varie tipologie di collezionisti ho parlato qui ). Infine arriva nelle mani di una ragazza dei giorni nostri, una ragazza moderna, cui la sensibilità non manca, per sentire la statuetta rivivere sotto le sue dita sottili e per porsi le domande che sono veramente importanti.

In questa figura, infatti, lei sente la pietà, la compassione, l’amore. Non vede solo la bravura artistica. Quella statuetta non sembra una “accademia”, nel senso tecnico, quanto, piuttosto, una di quelle rappresentazioni del Cristo morto, fatte per la devozione dei fedeli.

mendicante
Figura di “mendicante”.
Bottega di figurari di San Gregorio Armeno.
Foto I. Sarcone

Vorrei dirti di più: ma temo di venire meno al mio proposito di non rivelarti troppo della trama. Se sono riuscito a incuriosirti, per lo meno sui figurari, altri aspetti li scoprirai da te. Per conto mio, sono grato a Mariano, che mi ha fatto conoscere questo libro, come già mi fece conoscere quello di Matino.

E tu, quale bel libro hai letto, ultimamente, su Napoli o sul presepe?

12 commenti

  1. Se fossi l’autrice ti avrei chiesto sicuramente la prefazione al libro: è bello rileggerne alcune parti, come il libro di Matino, alla luce delle tue “recensioni”.
    Un caro saluto
    Mariano

  2. se fossi mai stata in grado di scrivere un libro so per certo che avrei voluto essere recensita da Lei..
    resistere alla tentazione (a cui è buono e giusto non resistere mai) di farlo mio sarebbe stato puro esercizio di muscoli e basta..
    ora dipende dalla velocità di amazon 🙂

    • A quanto pare, le mie “recensioni” hanno qualche successo. Se ne dovrebbero accorgere gli editori. Potrei farci un po’ di soldi! Che non guastano, onestamente guadagnati. Mi fa piacere che questa “recensione” sia servita a farti leggere il libro. Altrimenti, che recensisco a fare?

  3. A quanto pare, sembra un libro molto seducente. In un solo capoverso, quello che introduce il suo commento ha utilizzato un falso amico “trovatello” e un’altra parola che non conoscevo, il “figurario”. Non ero a conoscenza dell’autrice del libro, ma per quanto ho visto, l’autrice ha vinto il premio Campiello qualche anno fa.
    Complimenti per il suo commento sintetico ma esaustivo.

    Un saluto,

    Francesco

  4. splendido.. troppo breve, ma splendido…
    avrei voluto continuare a seguire lo scurnuso.. avrei voluto sapere di purtualle, di maria.. di quello che quelle dita leggere avevano fatto ancora nella loro vita..
    quando lo rileggerò andrò più lentamente.. per sentire la dolorosa mancanza ed abituarmi all’assenza..
    grazie..

    • Capisco il tuo desiderio, che è quello consueto alla fine di ogni lettura: conoscere il destino dei protagonisti e le vicende successive a quelle che abbiamo lette. Purtroppo, non è possibile, per la stessa ragione per cui nella vita incontriamo tante persone, facciamo un breve tratto di strada con loro e poi le perdiamo di vista, magari per sempre. La letteratura non può non rispecchiare la vita. Grazie per avermi scritto.

  5. è che io non perdo mai di vista nessuno 🙂
    chi entra nella mia vita non ne esce più, qualunque sia il cammino che decide di percorrere..
    ora sto facendomi raccontare la mitologia..
    se finirò a dormire per strada provi una punta di rimorso 🙂

    • Purtroppo non dipende dalla nostra volontà perdere o non perdere di vista chi è passato per un momento nella nostra vita. Comunque, ho molte cose per cui dovrei provare rimorso, ma se finisci a dormire per strada perché ti riempi la casa di libri, ebbene, no, non ne avrò neanche un briciolo. I libri sono compagni fedelissimi che hanno diritto ad avere asilo nella nostra dimora. In quanto ai miei libri, credo che finiranno con venire con me a dormire sotto qualche ponte. Ma dovrò cambiare anche città, perché a Napoli, se si escludono i ruderi dell’acquedotto romano sulla strada per Miano, notoriamente non ci sono ponti.
      Perché non aggiungi qualche altra parola di commento al libro della Cibrario?

      • titta calemme

        un ponte su cui c’è scritto “saluto al duce” è al quadrivio di poggioreale, poi ci sono i ponti rossi, il ponte dell’autostrada che offre riparo su via nuova poggioreale… ma sotto i ponti i libri si inumidirebbero… 🙁
        non aggiungerei altro perché potrei rovinare il Suo lavoro che ha incuriosito noi, se esprimessi qualche giudizio che condizionasse in maniera negativa altri lettori…
        una cosa mi è piaciuta tanto: il fatto che così nei dettagli, con tanta passione, con un calore avvolgente a descrivere la nostra città sia stata una toscana..

        • I “Ponti Rossi” sono appunto quelli sulla strada di Miano e sono i resti di un antico importantissimo acquedotto romano; qualche spezzone se ne può vedere anche al “Parco virgiliano” a Piedigrotta e, soprattutto, nella “Piscina Mirabilis” ai Campi Flegrei. Se ne vuoi sapere di più, attendi il mio libro sul “Virgilio Napoletano” (che non è il titolo definitivo). Come vedi, il termine di “ponte”non è del tutto appropriato. E poi non è “abitabile”, come si può constatare da una semplice occhiata. Gli altri che hai citati sono squallidissimi. Infine, i ponti “abitabili” sono sempre quelli che scavalcano dei fiumi.
          Per quanto riguarda il commento, devo dire che apprezzo la tua discrezione. Meglio non togliere agli altri il piacere della lettura con indiscrete osservazioni. Grazie della discussione.

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