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Dante e il Presepe: il “cammin di nostra vita”

Dante e il presepe popolare sono momenti “sapienziali” della cultura occidentale, invitando l’uomo a intendere la vita non come un vagare senza scopo, ma come un “cammino” che conduce alla Verità e alla contemplazione del Mistero.

Qualche tempo fa, dopo la pubblicazione del mio articolo sul “cacciatore” nel presepe popolare napoletano, la “Lunigiana Dantesca”, un centro di studi su Dante, il cui Presidente è Mirco Manuguerra, mi chiese il permesso di riportarlo sul bollettino che essa pubblica e che è giunto ora al numero 88.

Naturalmente, acconsentii immediatamente alla richiesta: era, infatti, un onore che un mio studio sul presepe napoletano fosse accolto in una pubblicazione che si occupa dell’opera del padre Dante, la cui presenza è stata una costante nella mia vita, anche nel momento di fare il presepe e nell’impegno di interpretarlo.

Inoltre, è stato un grande piacere scoprire che esiste un centro di studi che associa in uno stretto collegamento Dante e il presepe, quali momenti  dell’aspetto sapienziale della cultura occidentale: e a “sapienza”, in questo contesto, si dà non il significato corrente di  questo termine, cioè di complesso delle conoscenze teoriche e scientifiche quali si insegnano nelle scuole e nelle università, ma quello biblico di capacità di cercare e seguire la via della conoscenza e della giustizia, evitando la via degli stolti e degli empi.

Il monito supremo della Sapienza così intesa è “conosci te stesso”, ma non secondo il dettato delfico, fatto proprio da Socrate in un significato che ho sempre avvertito come riduttivamente  intellettualistico:  “conoscere se stessi” è un mezzo per evitare le vie degli stolti e degli empi e seguire, invece, la via della conoscenza e della giustizia che conduce alla Verità.

In questo senso, dunque, la “Divina Commedia” di Dante e il presepe, soprattutto nella sua variante popolare, sono manifestazioni “sapienziali” dello spirito occidentale:  la loro frequentazione può essere un utilissimo correttivo alla superficialità imperante di certo mondo contemporaneo che rischia di condurre alla fine della cultura europea, quale si è venuta costituendo nel corso dei secoli. Ora, se la cultura europea si è spesso resa colpevole di enormi crimini nei confronti di altri popoli e di altre culture, è pur vero che la sua fine segnerebbe la perdita di valori che sono inestimabili per  l’intera umanità e la cui riconquista sarebbe veramente molto difficile.

A prima vista, istituire un collegamento tra  presepe popolare napoletano e il Poema di Dante può sembrare piuttosto cervellotico, ma i rapporti si colgono se ci si accosta ad essi nello spirito “sapienziale” di cui ho parlato.

Innanzitutto, l’uno e l’altra invitano ad un percorso, alla fine del quale, come ricompensa, vi è la visione.

Dante nella selva oscura
Dante e la selva oscura

Dante, all’inizio della “Commedia”, ti pone innanzi l’immagine del cammino: hai mai riflettuto seriamente sui primi versi del Poema?

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
che la diritta via era smarrita

Certo, li conosci a memoria: non c’è italiano che, indipendentemente dal suo grado di istruzione, non li conosca fin da piccolo.

Fin dall’inizio, Dante definisce la nostra vita come un “cammino”, un andare, cioè, che non è senza senso, non è un vagare incerto, ma un viaggio che ha una meta e uno scopo preciso: una volta, il Catechismo ritrovava lo scopo della vita umana ne “conoscere, amare e servire Dio in questa vita e goderlo poi pienamente nell’altra”. Perdere di vista questo scopo è un vagare smarriti nella vasta selva del mondo, perdendosi per torti sentieri.

Sul presepe popolare napoletano è tracciata una strada, un “cammino” che, come a meta sicura, conduce alla visione del Bimbo Divino appena nato.

E come Dante, nel suo viaggio nei tre regni dell’oltremondo, prima di giungere alla visione beatifica, incontra anime dannate, anime purganti e anime beate,  e, ancora, demoni, Angeli e Santi,  così Benino, nel suo sonno che è visione, incontra, nel suo “viaggio” presepiale oltre la soglia, figure inquietanti o rasserenanti, comunque significative per la conoscenza di sé, prima di giungere alla meta del suo andare.

Naturalmente, questo è solo un accenno a ciò che può rivelare uno studio comparato della Divina Commedia e del presepe popolare napoletano. Ma basta a dare un’idea della portata “sapienziale” e dell’una e dell’altro.

Un uomo politico italiano, che rivestiva un importantissimo incarico di governo, una volta, ai giovani laureati disoccupati, che chiedevano risposte concrete ai loro problemi esistenziali, rispose provocatoriamente di farsi “un panino con la Divina Commedia”. Una frase che suona come blasfema, pronunciata da un ministro della Repubblica Italiana. Ed in un primo momento pensai che, se il nostro paese non stesse perdendo la bussola, quel ministro sarebbe stato costretto alle dimissioni, sommerso dall’indignazione. Ma poi mi sono rasserenato, ripensando all’episodio biblico dell’asina di Balaam.

Lo ricordi? L’episodio è raccontato alla fine del libro dei Numeri. Balaam era un profeta esperto in maledizioni, che i capi dei Moabiti avevano mandato a chiamare contro il popolo di Israele, perché lo maledicesse e attirasse su di esso la sventura. Ma, mentre si accingeva a pronunciare la sua maledizione, la sua asina parlò e il profeta fu costretto a pronunciare sul popolo eletto parole di benedizione, poiché non poteva maledire lui chi Dio aveva benedetto.

Da quel momento, l’asina di Balaam resta il modello di tutti coloro che, pure inconsapevoli di ciò che dicono, pronunciano una verità.

Quel ministro, nell’arroganza di chi si ritiene intoccabile, credendo di fare del sarcasmo, aveva proclamato una verità inequivocabile: per generazioni di Italiani (e non solo) l’opera di Dante è stata cibo spirituale e segno dell’unità della nostra nazione e della nostra cultura.

E tu, pensi che l’accostamento tra “Divina Commedia” e presepe popolare sia ingiustificato o lo trovi un interessante spunto  di riflessione?

5 commenti

  1. E’ veramente uno spunto di riflessione molto interessante, caro Italo, ed effettivamente da uno studio comparato, mirato ed attento, chissà quanti “percorsi” potrebbero venir fuori. E’ bellissimo poi l’episodio dell’asina di Balaam accostato ai nostri cialtroni.
    Voglio ora trascriverti da un piccolo libro, Il Teatro del Sole, lo stupore e l’emozione dell’autore dinanzi ad un presepe appena ultimato: “…aveva ricreato, reso vivido, intatto, tutto un mondo disfatto, un ammasso di frantumi e di polvere, di corruzione, di perdite, dato mitezza alla furia, alla violenza, lealtà all’inganno, ordine al caos, limpidezza, armonia alla vita… Iniziava la scena con le colonne incrostate e gli archi acuti… là dentro era il sacro mistero, l’estatico gruppo della Natività.”.
    Ti auguro una buona serata
    Mariano

    • Grazie dei tuoi puntuali commenti, Mariano. Scriverò ancora su Dante e il presepe. Tuttavia, mi sono un po’ pentito di aver trattato male il tal dei tali, il quale ebbe almeno il franco coraggio di dire chiaramente quello che pensava, mentre è la classe politica che nel suo complesso considera inutili la cultura e l’arte e se di quest’ultima si interessa lo fa solo per abbellire le proprie case e le proprie ville. Un sito archeologico unico al mondo, qual è Pompei, sta letteralmente crollando a pezzi, nel disinteresse generale. Né posso lamentarmi di questo, visto che nell’indifferenza generale della politica intere famiglie perdono casa, lavoro e la possibilità stessa di mettere qualcosa nello stomaco. Ars non dat panem: è un vecchio detto, che oggi risuona sinistramente attuale. Ma la politica ai politici continua a dare pane e companatico (!), no?
      A proposito, mi dai maggiori notizie sul libro che hai citato?

  2. Caro Professore,
    il suo interessantissimo articolo mi ha fatto rilfettere anche su un altro punto. L’antico pellegrinaggio, penso innanzi tutto a quello verso Santiago de Compostela, era anch’esso una forma di rappresentazione del difficile ‘cammino’ della vita verso la sua meta ultima, la salvezza dell’anima dopo la morte. Come nella rappresentazione presepiale e nell’opera di Dante, anche nel pellegrinaggio il viaggio rappresenta l’aspetto piu’ importante; il pellegrino doveva affrontare un lungo cammino impervio, anche a costo di tutti i suoi averi e a rischio della sua stessa vita, per arrivare fino ai confini del mondo conosciuto, all’estremita’ della Galizia sulla spiaggia di Fisterra (finis terrae), bruciare i propri vestiti, quelli del viaggio, e presentarsi finalmente sulla soglia della tomba di San Giacomo come un uomo nuovo e purificato.

    Il ministro a cui credo lei faccia riferimento e’ quello che in tempi di piena crisi economica, mentre tutti i ministri dell’economia d’Europa prendevano provvedimenti per riequilibrare e regolamentare i sistemi bancari, andava predicando che in Italia tutto andava bene e che i cittadini potevano stare tranquilli…

    • Caro signor Raffaele, La ringrazio per il richiamo al pellegrinaggio verso Santiago. Io stesso avevo equiparato il cammino presepiale alla via Lattea, nel cielo e sulla terra (la strada per Compostela era appunto chiamata anche “la via Lattea, nel mio libro del 1989, Il sogno di Benino. Il ministro non era la persona cui si riferisce, ma il suo ministro dell’economia. Il che non cambia le cose. Spero mi scriverà ancora.

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