mercoledì , 20 settembre 2017
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Collezionismo e pastori del presepe: un bene o un male?

“Fare il presepe” è intrinsecamente diverso da collezionare pregiate statuine da presepe. La prima azione è “salvifica” e “terapeutica”, il collezionismo, invece, risponde ad un bisogno di possesso o, nel migliore dei casi, di raccolta completa e di conoscenza.

Da anni, con la parola e gli scritti, sono impegnato a stabilire la differenza che passa tra la complessa operazione di “fare il presepe” da un lato e la raccolta di pezzi pregiati dell’arte presepiale, dall’altro.

La prima, impegnando la persona nella sua totalità di capacità conoscitive e manuali, in cui il “sapere” si identifica con il “fare”, riveste un valore “salvifico” (gli psicologi direbbero “terapeutico”), e si può paragonare alle operazioni della antica Alchimia.

Il collezionismo, invece, tende principalmente a soddisfare il desiderio di possesso che è alla base di molte attività umane.

Con questo non voglio dire che il collezionismo in quanto tale è da condannarsi semplicisticamente: esso, esprimendo l’amore per un certo campo dell’umano operare, del quale si vogliono raccogliere il maggior numero possibile di documenti, è alla base dello studio e della ricerca.

Il sogno di ogni collezionista è di raggiungere la totalità della documentazione. Il collezionismo è quindi promotore di raccolte complete di materiali che contribuiscono all’elaborazione della visione storica.

Un esempio particolare di collezionismo è rappresentato da quello che ho definito “presepe colto”, la cui epoca d’oro è il Settecento: esso, con i “pastori” vestiti, con le minuterie, con la scrupolosa raffigurazione di scene di vita campestre e popolare, ci conserva il ricordo di strumenti, di oggetti dell’uso quotidiano, di usanze varie, il cui ricordo rischierebbe altrimenti di andare perduto.

L’aspetto deteriore del collezionismo è la trasformazione del desiderio di documentazione nel desiderio di possesso fine a se stesso: vi è in ciò insito un pericolo per l’oggetto, per il collezionista stesso e, spesso, per la società.

Ti porto un esempio traendolo dal campo della “bibliofilia”, termine tecnico che vuol dire “amore per il libro”.
Il libro è lo strumento fondamentale della conservazione e della trasmissione del sapere, e di esso si ama tutto: innanzitutto il contenuto, naturalmente, ma poi anche il tipo di carta e la rilegatura.

Il tipo di carta è di vitale importanza per la leggibilità e la durata del libro stesso. I libri stampati su carta di stracci resistono all’usura e agli accidenti meglio della carta di cellulosa, introdotta all’inizio dell’Ottocento: se un libro del Seicento o del Settecento ti cade nell’acqua, lo recuperi senza molta difficoltà, mentre lo stesso incidente è fatale ai libri stampati su carta di cellulosa.

La rilegatura, poi, è importante sia per la preservazione del libro, sia per un’agevole lettura: quando la rilegatura è scadente, tutti ne abbiamo esperienza, gli sforzi per tenere aperto il libro impediscono al lettore la concentrazione sul testo.

Come si vede, ho parlato di pregi “estetici” che sono anche pregi “funzionali”: la bellezza, cioè, non è fine a se stessa, ma tramite per un migliore godimento del contenuto.

Tutto questo può, tuttavia, assumere aspetti maniacali, francamente patologici.

Il “bibliofilo” che si trasforma in “bibliomane” ha paura, addirittura, di maneggiare i propri libri: per non sciuparli non ne volta le pagine, vale a dire non li legge. Talvolta, perché il libro non perda il proprio valore di mercato, lo lascia intonso, con le pagine non tagliate come sono uscite dalla tipografia. Vi sono alcuni che non liberano i libri dall’involucro in cui sono protetti al momento della vendita.

Questo “amore del libro” diventa allora “mortificazione del libro”, nel senso etimologico della parola: “mortificare”, cioè “rendere morto”. Morto e mummificato.

Un “amore” di questo tipo, il quale non rispetta il proprio oggetto, diventa pericoloso dal punto di vista sociale, quando, pur di soddisfarlo, si è pronti ad infrangere norme e divieti fino al crimine vero e proprio. I collezionisti maniaci sono propensi ad acquistare oggetti dalla provenienza incerta, quando non sono essi stessi a commissionare furti ai danni di Musei, Biblioteche e privati.

Così, i furti d’arte, cui un collezionismo di questo tipo dà impulso, distruggono la completezza della documentazione storica, impoveriscono le nostre città, i nostri musei e le nostre chiese, sottraendo al godimento pubblico le opere d’arte, per metterle a disposizione di un solo individuo, in vista di un piacere non tanto privato, quanto solipsistico, poiché il detentore di un’opera trafugata non potrà mai esporla al pubblico, ma dovrà tenerla accuratamente celata.

Lascio alla tua valutazione decidere se questo è amore dell’arte. Questi crimini traggono la loro ragion d’essere dall’aumento, a volte sproporzionato, dei prezzi di mercato.

Anche il collezionismo dei “pastori” corre tutti i pericoli della trasformazione in senso negativo.

Innanzitutto, un “pastore” è fatto per essere collocato su un presepe.
Secondo l’abilità dell’artigiano e la disponibilità economica del possessore può essere più o meno bello, più o meno ben fatto: può essere, oppure no, un oggetto artistico.
In gni caso, bello o brutto che sia, finemente lavorato o rozzamente abbozzato, esso diventa vivo solo quando prende parte a quella fantastica rappresentazione della Natività, cioè, quando, assieme agli altri personaggi, si reca alla grotta dove è nato il Bimbo Divino o popola e anima le case, le vie, i campi del presepe.
E’ davvero triste, invece, la sorte di quel pastore che il suo possessore ha destinato ad adornare una mensola o ha relegato per sempre in una vetrina, come testimonianza di un costoso acquisto (quanto più costoso, tanto più prestigioso), nel corso di una passeggiata a San Gregorio Armeno.
Il pastore è allora “mortificato”, reso “morto”, nel senso etimologico della parola.

Se poi è lo stesso artigiano a collocare il “pastore” su una base elaborata (prevedendo quindi in partenza che non farà mai parte di un presepe), vuol dire che qualcosa proprio non va e che bisogna cominciare a riflettere seriamente.

Benino che dorme

Ho conosciuto, al contrario, un raffinato collezionista di pastori di terracotta, alcuni più “artistici”, altri un po’ rozzi: comunque troppi, perché potessero tutti trovare posto sul presepe ogni Natale.

E allora aveva escogitato un sistema: una volta collocati i personaggi irrinunciabili (di cui ho parlato qui), poneva sul presepe, a rotazione ogni anno, ora l’una ora l’altra delle figurine di terracotta; a volte, le cambiava anche nel corso delle festività natalizie. In questo modo, diceva, a nessuna di esse era negata la gioia di partecipare alla sacra rappresentazione e tutte potevano così vivere di una vera vita almeno per un breve periodo.

Ora è bene che mi fermi qui! Come vedi è un argomento che mi appassione davvero… e tu, cosa ne pensi?

3 commenti

  1. Ho un amico collezionista di modellini di treni: quando un giorno mi mostrò la sua raccolta, ricordo che non provai nessun interesse. Diversamente sarebbe stato se i modellini li avesse costruiti lui, perché avrei avuto di fronte un uomo con dentro un sua arte, capace attraverso essa di comunicare qualcosa; avrei sicuramente apprezzato ogni minimo dettaglio del trenino. Ma l’arte è un dono. Conosco poche persone che sanno disegnare, comporre canzoni, e costruire presepi, così come conosco poca gente che di un qualcosa ne fa la collezione. Penso , pertanto, che le 2 parole (arte e collezionismo) viaggino su due binari completamente diversi. Credo quindi che colui che colleziona pastori non è da criticare poiché presumo non sappia effettivamente di far morire gli stessi, o semplicemente non è sua tradizione fare presepi. Il concetto di “mortificare” o “rendere morto” un pastore , secondo me, arriva solo a chi ha dentro l’Arte.
    Grazie per l’articolo , Italo, che ho trovato molto interessante.
    Roberto

    • Non sia così intransigente. Non tutti sono in grado di costruirsi i trenini da soli. L’importante è che li faccia correre, che li faccia “vivere”. Il collezionismo può essere importante, come ho cercato di spiegare. Importante è la consapevolezza della differenza tra il “fare” e il “collezionare”. Io, ad esempio, amo la paleontologia. Mi piacciono soprattutto i trilobiti: ne ho qualcuno, acquistato in negozi di Praga o di Roma. Nulla di male, ma non per questo io sono un paleontologo. Se compro una pregiata statuetta da presepe, nulla di male: ma questo, con il presepe, non c’entra. Tutto qui.

  2. Per chi è appassionato di queste collezioni sarà un bene.

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