mercoledì , 20 settembre 2017
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La Cantata dei pastori: da sant’Alfonso a un disegno

La precisazione di un lettore e il disegno di un bambino mi spingono ad iniziare il discorso sulla celebre “Cantata dei pastori”, un dramma di fine Seicento, scritto dal gesuita Andrea Perrucci ad edificazione del popolo e per due secoli rappresentato nei teatri popolari di Napoli.

Come cultore, quasi maniacale, del presepe, ho un unico rimpianto: non ho mai avuto l’occasione di assistere alla rappresentazione dell’opera teatrale Il vero Lume tra l’ombre, popolarmente conosciuta come la Cantata dei Pastori, scritta da Andrea Perrucci alla fine del ‘600 e per due secoli buoni messa in scena nei teatri popolari di Napoli, la notte di Natale, da compagnie per lo più di dilettanti, che si erano costituite proprio per quello scopo e che per alcuni mesi avevano provato e riprovato, per non fare brutta figura nella notte sacra. La rappresentazione era infatti sentita come un evento religioso, accordandosi con le intenzioni dell’autore, che era un dottissimo gesuita.

Non ho mai assistito, come ti dicevo, a questo evento, ma per anni, la notte di Natale, dopo la piccola e sempre commovente cerimonia con la quale il Bambinello era posto nella mangiatoia, la lessi ai miei nipotini, che assistevano alla lettura con la stessa fervida partecipazione con la quale il fervoroso pubblico napoletano accoglieva la sacra rappresentazione. Su insistente richiesta dei nipoti, la lettura era ripetuta a Capodanno e all’Epifania, sempre dinanzi al presepe.

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La bella edizione della “Cantata”, per i tipi della Canesi (Roma, 1960), che usavo per la lettura con i nipoti.

Il vero lume tra l’ombre, ovvero la Cantata dei Pastori, assunse così per noi un’importanza particolare, perché, leggendo l’opera anno dopo anno, mi accorsi delle consonanze (e, a ripensarci ora, non sarebbe potuto essere diversamente) con il presepe, le sue scenografie e i suoi personaggi.

Mi riproponevo di parlarti, prima o poi, sia della Cantata, sia di un libro nel quale mi imbattei nel corso delle mie ricerche, che sono poi quelle che ti vado via via esponendo.

Il libro si intitola Il Sole e la Maschera, di Annibale Ruccello, nel quale si conduceva un’indagine, per alcuni versi simile alla mia, ma con altro metodo e con altri intendimenti, che portavano, infine, ad altre conclusioni.

Ma due piccoli, significativi fatti mi spingono ad accelerare i tempi.

Il primo è costituito da una e-mail del signor Carlo Marconi, che rileva una inesattezza nel mio articolo su Sant’Alfonso, lì dove parlo della “versione napoletana” del noto inno natalizio “Tu scendi dalle stelle”: il signor Marconi mi avverte che il rapporto tra i due testi è inverso, in quanto è il “Tu scendi dalle stelle” ad essere una traduzione in italiano del cantico napoletano, e non viceversa.

Ha ragione. Ma io avevo usato il termine “versione” non nel senso di “traduzione”, ma in quello di “redazione”, o come quando si dice “diede la sua versione dei fatti”. Non mi ero impegnato, quindi, a stabilire precedenze. Ma riconosco che il termine si presta all’equivoco e ringrazio dunque Carlo per avermi dato l’opportunità di chiarire. Inoltre Carlo, con squisita gentilezza, mi ha anche inviato un suo appunto sull’argomento, che pubblico integralmente, perché penso che possa essere utile anche a te e agli altri lettori:

“Sant’Alfonso Maria de’ Liguori ha scritto nel 1754 “Tu scendi dalle stelle” che era una traduzione italianizzata di “Quando nascette Ninno” tratta da una antica pastorale natalizia più antica e della quale anche il Perucci, che mette in scena un’opera verso la fine del ‘600 “Il vero lume tra le ombre, ovvero la spelonca arricchita per la nascita del Verbo Incarnato”, inserisce parte del testo nel suo dramma sacro.

Sant’Alfonso aveva pure conosciuto il Perucci, avendo avuto gli stessi maestri In utroque iure nell’Università di Napoli.

Il suo biografo, il redentorista P. Berruti, riporta la volontà di Alfonso di non fare pubblica esecuzione di “Quando nascette ninno” prima che questo fosse stampato e reso noto. Nel Natale del 1754 intona il nuovo cantico, nella splendida melodia alfonsiana, davanti al popolo meravigliato.”

Il secondo è un disegno, inviatomi dal giovanissimo Francesco, che sulle mie pagine sta approfondendo quell’amore per il presepe trasmessogli da suo padre.
Francesco ha voluto mostrarmi di avere compreso appieno come è fatto il presepe popolare napoletano. Ti  mostro il disegno, così puoi vedere anche tu.

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Il disegno di Francesco Sorrentino, condotto sulla tradizione del presepe popolare napoletano

Il giovanissimo artista ha rappresentato sul piano le tre grotte: al centro la grotta della Natività e, ai lati, quella in cui si vede avanzare il carro del Ciccibacco e l’altra in cui trova collocazione l’osteria. La scalinata che porta al piano fiancheggia il monte, sulla cui cima è rappresentato l’annuncio dell’Angelo ai pastori. Neanche il fiume è stato tralasciato.

Un elemento di attualità, secondo la migliore tradizione presepiale, Francesco ha voluto inserire mediante “la frutteria con i pomodorini del Piennolo (a Natale ha visto una trasmissione su Rai3) appesi al soffitto” (la precisazione mi è stata offerta da suo padre).

L’elemento senz’altro più interessante e, direi, commovente è costituito, sul piano, alla tua destra, dalla figuretta di Benino che, con le braccia ripiegate sotto la testa, dorme beatamente e sogna il presepe.

Confesso che, nel ricevere questo disegno, non ho saputo reprimere un soprassalto di orgoglio: Francesco viene ad aggiungersi alla schiera dei giovani che da me hanno appreso a “fare il presepe” secondo la tradizione della mia amata Napoli, sempre più amata, quanto più problematica, diffamata e vilipesa nella sua dolente e concreta realtà umana.

È bello, lo ammetterai anche tu, avere lettori così attenti e generosi nella loro collaborazione.

Grazie Carlo, grazie Francesco.

6 commenti

  1. Sei proprio un grande! Tra precisazioni, commenti e Cantata dei Pastori ci regali ancora un’altra pagina memorabile.
    Mariano

    • Sì, Mariano, hai ragione: sono proprio “grande”: mi avvio, infatti, ai sessantotto!!!
      Grazie sempre dell’attenzione che mi dedichi.
      La prossima settimana continuo con la “Cantata”.

  2. Ciao Italo, sono Francesco scusami se non sono riuscito a scriverti prima, ma mi hanno dato un sacco di compiti in questo fine settimana. Grazie per il disegno e per le cose belle che hai scritto.
    Francesco

    • Ciao, Francesco. Mi dispiace di averci messo tanto a risponderti, ma per un po’ non ho potuto dedicarmi al blog. Sei fortunato ad avere degli insegnanti che ti danno un sacco di compiti: i ragazzi e i giovani devono studiare molto, perché da grandi si ritroveranno quello che hanno imparato tra i sei e i venticinque anni, l’età in cui si apprende di più e meglio. Tra un compito e l’altro, dedicati anche alle mie pagine e scrivimi ogni tanto, che mi fa molto piacere. Penso che hai già avuto la pagella del primo quadrimestre, vero?

      • Si si e ho preso anche bei voti (9 in italiano). Mamma e papà sono contentissimi.
        Ciao ciao
        Francesco

        • Bravo. Continua così. Mi fa piacere avere dei lettori che fanno bene il proprio lavoro. Per uno studente, studiare è il corrispettivo del lavoro che svolgono quotidianamente i suoi genitori. Tra poco usciranno altri articoli. Poi mi farai sapere che cosa ne pensi. Ciao.

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