mercoledì , 20 settembre 2017
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Benino il pastore che dorme e sogna Gesù Bambino

Benino, il pastorello che dorme e sogna la nascita del Bimbo Divino è, sul presepe popolare napoletano, il personaggio più rappresentativo: posto all’inizio del percorso presepiale, è il punto d’arrivo di diversi filoni della cultura occidentale, ma anche il simbolo di una vita più giusta, in armonia con la natura.

Il presepe popolare napoletano si evidenzia immediatamente alla vista dell’osservatore come un percorso, lungo il quale si collocano una serie di personaggi “irrinunciabili” codificati da una secolare tradizione.

Il primo, quello che è posto proprio all’inizio, dalla tradizione napoletana ha ricevuto il nome di Benino.

Apro una piccola parentesi, molto importante:  talvolta gli si è dato il nome di Benito, ma si tratta nient’altro che di una storpiatura causata, nel ventennio fascista, dalla somiglianza con il nome del dittatore: è un errore in cui incorre, per quanto molto ben documentato, anche il don Pierino di Per mano mia, il giallo di cui ho parlato qui.

Il nome del personaggio del presepe, che ricorre anche nella celebre Cantata dei pastori, è senz’altro Benino.

All’inizio del percorso presepiale, questo personaggio attira subito l’attenzione ed è commovente sia per la sua giovane età, sia per l’atteggiamento: disteso su un umile giaciglio di erbe, spesso in un pagliaio, con un braccio ripiegato a sorreggere la testa rovesciata all’indietro, il pastorello si abbandona alla dolcezza del sonno. Accanto, le pecorelle pascolano mansuete, formando, con il dormiente, un quadretto idilliaco, che fonde insieme l’arte della poesia pastorale antica e la semplicità della pagina evangelica, ben più profonda e ben altrimenti consapevole.

Naturalmente, a chi ha fatto studi classici vengono subito alla mente i nomi famosi di Teocrito e di Virgilio, maestri di quella poesia che si denomina “poesia pastorale” che ha come centro ispiratore la vita dei pastori, concepiti come quei pochi fortunati al mondo che ancora vivono in sintonia con la natura.

Di Virgilio si ricorda soprattutto il verso iniziale della prima bucolica: Títyre, tú  patulaé recubáns sub tégmine fági … “O Titiro, tu sdraiato all’ombra di un frondoso faggio …

La menzione del grande poeta latino non è per nulla casuale: Virgilio visse nella città della Sirena e vi fu sepolto, per sua espressa volontà, si dice presso l’ingresso della  grotta che conduceva a Pozzuoli, e lasciò una forte impronta nella cultura e nel folclore di Napoli.

Tra le opere di Virgilio è celebre, poi, la quarta bucolica, in cui si parla dell’avvento di una nuova era  di pace e di armonia universale in connessione con la nascita di un bimbo.

A Napoli, tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, vi fu il poeta Iacopo Sannazaro, che scrisse in volgare un poema pastorale intitolato Arcadia (la regione greca celebrata da Virgilio, come sede della più schietta vita pastorale) e un altro poema, in latino, De partu Virginis (sul Parto della Vergine Maria), quasi che la nascita del  Bambino Gesú sia indissolubilmente legata al mondo dei pastori.

Questo delicato poeta fece edificare a Napoli una chiesa su un costone roccioso, che all’epoca strapiombava sul mare di Mergellina;  la volle dedicare alla Vergine partoriente; nella sacra ombra  della chiesa di “Santa Maria del Parto”, egli riposa nel  sepolcro posto dietro l’altare maggiore. Nella stessa chiesa, un artistico presepe ligneo ricorda ancora al viandante ciò  che, insieme alla poesia virgiliana, lo appassionò maggiormente: la nascita del Bambino Gesú.

Nella figura di Benino, il pastorello immerso nel sonno, proprio all’inizio del percorso presepiale, possiamo scorgere dunque il risultato di diversi filoni.

Innanzitutto, vi è la pagina del Vangelo di Luca, nella quale si racconta come gli Angeli portarono l’annuncio della nascita di Gesù proprio ai pastori, che vegliavano, all’aperto, le loro greggi.

C’è poi la tradizione culturale della grande poesia pastorale, che nella letteratura italiana continuò, nel Settecento, con il movimento poetico detto l’Arcadia, che assunse come protettore Gesù Bambino.

Ma ci fu anche la vita concreta di tutti i giorni, quando i pastori, dai dintorni di Napoli e dai suoi casali, venivano in città, spingendo avanti pecore e capre, ad offrire ai cittadini i prodotti della pastorizia.

La figura di Benino non è posta lì a caso, così come nessuna delle altre figure occupa casualmente la sua posizione nel presepe.

Ma qui il sonno non è lo stato fisiologico, nel quale il nostro organismo, in riposo, recupera le forze di cui ha fatto dispendio nel corso del giorno. Qui il sonno indica, per analogia, una condizione dello spirito, di estrema sensibilità e tensione; uno stato, diverso da quello della quotidianità, che non è ancora la luce di una coscienza superiore, ma che ad essa avvia.

Quella del “sonno” è dunque un’immagine con la quale si allude alla sospensione della coscienza quotidiana; secondo l’antico motto “quod superius quod inferius” (ciò che è in alto è come ciò che è in basso), le realtà ineffabili non possono essere dette se non mediante immagini che parlino non all’intelletto soltanto, ma alla totalità della persona. Solo così può essere superata la contraddizione di voler  dire l’ineffabile (che, etimologicamente, è, appunto, l’indicibile). Contraddizione affrontata da Dante nella Commedia, soprattutto nel Paradiso.

Nella storia della cultura, molte volte è stato rappresentato questo stato di “sonno” in cui si compie un viaggio eccezionale.

Nell’Eneide di Virgilio il libro VI è consacrato al descensus ad inferos (discesa all’abisso) di Enea; al termine del suo viaggio oltremondano, da cui riceve nuovo vigore e impulso per la sua missione, l’eroe esce dalla porta d’avorio, da cui sogliono uscire i sogni falsi.

Dante, all’inizio del suo poema, dice di non ricordare come entrò nella selva: “tant’era pieno di sonno a quel punto che la verace via abbandonai”; lo smarrimento nella selva è il preludio e anche la condizione necessaria perché si dia inizio al viaggio.

Questi sono esempi noti a tutti; forse è meno conosciuto uno straordinario testo del nostro pieno Rinascimento letterario, la Hypnerotomachia Poliphili, il cui titolo significa, letteralmente, la “battaglia d’amore in sogno di Polifilo”.

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Polifilo è il il protagonista di una straordinaria avventura dello spirito; il suo nome significa “colui che ama Polia” (figura femminile, che è, con tutta probabilità, la “Sapienza”). Mentre si cruccia per il suo amore non corrisposto, si addormenta e inizia a sognare: si vede, similmente a Dante, smarrito in un’oscura e aspra selva, dalla quale solo a fatica riesce ad uscire, stanco ed assetato. Chinatosi a bere sulla riva di un ruscello, si lascia attrarre da un soave canto che ode in lontananza; per seguirlo, si caccia in ben più gravi pericoli; riuscito ancora una volta a sfuggire, spossato, arso dalla sete, si distende a riposare e nuovamente viene colto dal sonno e, nel sogno, riprende a sognare. Nella straordinaria visione che ne consegue, egli rivive tutta la grandezza e il declino dell’Antichità.

Questo testo umanistico, emblematico ed enigmatico ad un tempo, che nella nostra cultura non ha avuto molta fortuna, pur lavorando, per così dire sotterraneamente e contribuendo a formare un gusto, appartiene alla fine del ‘400. È, oltre tutto, uno dei libri figurati più belli dell’arte tipografica del grande Aldo Manuzio. Una delle figure che lo impreziosiscono mostra appunto Polifilo che, disteso sotto un albero, dorme. Il paragone con Benino si impone da sé.

Una delle raffigurazioni più belle del Benino che conosco è quella della bottega dei Maddaloni, che qui ti presento, inserita in un mio presepe di tanti anni fa.

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Benino – Presepe Italo Sarcone

Ma anche quest’altra statuina è bella per il sorriso beato che gli aleggia sul volto e che allude al meraviglioso “sogno” che sta “vedendo”.

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Benino – Presepe Italo Sarcone

Naturalmente, qui il “sogno” non va confuso con i prodotti notturni della nostra psiche inquieta, che spesso sono dei guazzabugli indecifrabili e che talvolta ci amareggiano il sonno. Qui il termine “sogno” è usato più per analogia che in senso proprio. Si tratta di un sogno che è più vicino a ciò che si potrebbe definire una “visione”.

E tu, hai mai pensato al presepe come ad una meravigliosa “visione”?

 

6 commenti

  1. Finalmente grazie al tuo articolo, caro Italo, ho ben compreso la figura di Benino nel presepe napoletano e non ti nascondo che mi piacerebbe indossare i suoi panni… fare i suoi “sogni”.
    Ciao
    Mariano

  2. Ho letto con estremo interesse l’articolo sul personaggio di Benino , immancabilmente presente in ogni presepe napoletano che si rispetti.
    Pur essendo napoletano e cultore del presepe in quanto nella mia famiglia lo si è sempre fatto, non conoscevo a fondo l’origine di tale personaggio e soprattutto non conoscevo il significato della figura di tale personaggio.
    Ringrazio quindi l’autore dell’articolo per avermi illustrato a fondo l’origine del personaggio.
    Antonio Consiglio

    • Gentile lettore,
      sono io che la ringrazio per il tempo che ha voluto dedicare alle mie pagine.
      Tenga comunque presente che la spiegazione che ho fornito del personaggio Benino si inquadra nel contesto più ampio della mia interpretazione generale del presepe popolare napoletano, che metterò in rilievo volta per volta, personaggio per personaggio.
      Conto, pertanto, anche sui suoi prossimi commenti.

  3. Mi ha sempre affascinato il pastorello che dorme nel presepe ma non avevo idea di quale fosse il suo significato.
    Questo articolo è molto bello e lo è ancora di più per chi ha studiato gli argomenti citati! 😀

    • Ciao, Rossella. Grazie per avere letto le mie pagine e avermi scritto. Su Benino dovrò tornare spesso. Ne parla anche l’ultimo articolo che ho scritto e che è in corso di pubblicazione, sulla “Cantata dei pastori”. Se hai tempo, leggilo: forse lo troverai interessante.

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