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Il banchetto di Erode il presepe e la dignità del lavoro

Il banchetto di Erode è quello che si tiene ai danni del mondo del lavoro nell’oscurità dei maneggi dell’alta finanza e di una politica distorta nei suoi mezzi e nei suoi fini. Il presepe ricorda a tutti la dignità del lavoro.

In una splendida giornata di inizio autunno, a Pitigliano, con mio nipote Roberto, dinanzi al monumento al contadino mi venne fatto di pensare a un argomento come il banchetto di Erode, nel castello come lo si rappresenta sul presepe.

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Il monumento al contadino a Pitigliano. Particolare.
Foto I. S.

Pitigliano è molto bella, degna di essere visitata per molte ragioni. Le sue origini risalgono indubbiamente agli Etruschi, un popolo affascinante di cui solo lentamente e faticosamente gli studiosi vanno svelando, si può dire quotidianamente, i segreti. Di questo popolo e della sua lingua mi occupai anch’io tanti anni fa, quando ero un giovane studioso delle antichità della nostra penisola.

Ora, davanti al monumento al contadino,  al “villano”, o al “cafone“, come si direbbe nei dialetti meridionali, mi sembrava che secoli di storia confluissero in quella immagine, quasi da presepe, nell’esaltazione del duro lavoro della terra, che solo permette all’uomo e alle sue istituzioni di sopravvivere e prosperare.

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Contadino con l’asino su un presepe del 1992.
Foto I.S.

Quasi da presepe, dicevo: ma forse è meglio togliere il “quasi”. Perché il presepe, così come noi lo facciamo ogni anno all’appressarsi del Natale, è una vera esaltazione del lavoro, come ho scritto più volte in queste pagine, anche parlando degli animali in relazione al lavoro: i personaggi che collochiamo sul presepe possono avere un valore simbolico, proprio e solo perché rappresentano quelle persone che incontriamo tutti i giorni, intente alla loro fatica.

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Il lavoro in un presepe del 1992.
Foto I. S.

Per questo, avrei voluto trovare in qualche bottega artigiana di Pitigliano una statuetta riproducente il monumento al contadino, per porla sul mio presepe, ad aggiungervi un supplemento di significato. Purtroppo nessuno aveva (ancora) pensato a riprodurlo. Peccato.

Roberto, naturalmente, non perse l’opportunità di prendermi in giro per la mia mania di vedere dappertutto il presepe e i suoi annessi e connessi.

Peggio per lui. Fu poi costretto a sorbirsi la sequenza di riflessioni, cui il monumento al contadino con il suo richiamo al presepe aveva offerto l’avvio. Devo dire che, da buon nipote educato, ascoltò pazientemente il mio lungo sproloquio. Spero che tu sia altrettanto paziente nel leggermi.

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Il lavoro nel presepe Scognamiglio.
Foto Di Lorenzo.

Dunque, sono molti anni che, nel fare il presepe, sono angustiato avvertendo la scristianizzazione della società occidentale. Non pensare, ora, che io mi riferisca al fatto che la gente non va a Messa, che non dice le preghiere e ad altri fatti simili.

Non mi riferisco a niente di tutto ciò: la scristianizzazione del mondo occidentale è più che evidente nella assurda guerra che il mondo della finanza, con la complicità o per lo meno con la tacita connivenza della classe politica, sta conducendo contro il mondo del lavoro, senza il quale neanche la finanza e la politica avranno più ragione di esistere. Negare questa guerra è inutile e ipocrita: i risultati, le vittime, cioè le legioni di disperati, i suicidi e i morti per fame di cui nessuno parla, stanno lì a testimoniarla e a smentire le ciarle del politico di turno sul pil che è aumentato del tot virgola per cento rispetto all’anno precedente.

Credo che conosci la parabola di Gesù, circa il padrone della vigna e gli operai. Si trova al capitolo 20 del Vangelo di Matteo.

Il padrone di una vigna esce di buon mattino per assumere lavoranti per la sua vigna. Esce a varie ore del giorno e ogni volta assume del personale per il lavoro della giornata. Esce anche un po’ prima del tramonto e trova altri operai, ai quali chiede perché stiano lì, a fare niente tutto il giorno. E gli rispondono che nessuno li ha ingaggiati per la giornata. Anche questi il padrone manda a lavorare nella sua vigna. Arriva poi il momento della paga. Il padrone comincia a pagare cominciando dagli ultimi fino ai primi. Naturalmente, i primi, vedendo che il padrone ha pagato generosamente anche gli ultimi, pensano che avranno molto di più, perché hanno sgobbato tutta la giornata. E, invece, la paga è uguale per tutti, quella che fin dal primo momento era stata pattuita. Naturalmente, i primi trovano da ridire su quella che per loro è un’ingiustizia. Ma il padrone dice a quello che mormorava di più:

“Amico, non ti faccio alcuna ingiustizia. Non hai pattuito con me un denaro? Prendi ciò che ti spetta e va’. Voglio dare la stessa paga che do a te anche a questo che è venuto per ultimo. O non posso fare del mio ciò che voglio? O forse guardi con occhio ostile il fatto che io sono buono?”

Naturalmente, il passo può essere interpretato nel senso che i giudizi di Dio sono imperscrutabili ed è questa l’interpretazione che ho udito dare il più delle volte. Del resto, Gesù conclude la parabola dicendo: “Gli ultimi saranno i primi”.

Ma il Vangelo è molto concreto, non è mai astratto, e in esso si possono trovare precise indicazioni per l’agire dell’uomo, se vuole essere davvero “figlio di Dio” e non una belva che si appaga solo nella soddisfazione dei propri impulsi.

Si può, credo, approfondire un aspetto. Non intendo qui dare lezioni di esegesi biblica, ma, poiché, pur nato a Napoli, provengo da una famiglia di origini contadine, credo di potere chiarire un punto che ritengo essenziale.

In effetti, quando il padrone della vigna chiede a quelli dell’ultima ora perché non stiano a lavorare, essi non rispondono che hanno poltrito fino a quel momento e che solo allora gli è venuta la voglia di recarsi a lavoro. La loro risposta è che nessuno li ha chiamati.
Quello che, appunto, accade nelle società contadine, per il lavoro bracciantile. Ricordo di avere visto, quand’ero ragazzino, sulla piazza del paese gruppi di braccianti che aspettavano la chiamata di qualcuno. Chi era fortunato, andava a lavorare di buon mattino e si guadagnava la giornata; altri, invece, aspettavano tutto il giorno per tornare infine a mani vuote a casa, dove i figli aspettavano che il padre tornasse portando il pane quotidiano.

Ora, occorre davvero immedesimarsi in questi drammi, per intendere l’angoscia, crescente di ora in ora, in coloro cui nessuno aveva rivolto la chiamata: stare lì a macerarsi tutto il giorno, con la prospettiva di tornare a casa a mani vuote e dovere confessare ai figli affamati di non avere di che sfamarli.

Ecco perché quel giusto padrone paga anche agli ultimi l’intera giornata: non paga la “produttività”, ma la persona con i suoi bisogni, la quale, per dare quell’ora di lavoro, ha impegnato l’intera giornata. Paga l’angoscia di tante ore di inutile attesa, lo “stress”, diremmo noi; è vero che gli altri hanno lavorato tutto il giorno, ma con la serenità data dalla sicurezza del guadagno. Il padrone non sta a spiegare queste cose ai “mormoratori”: tanto non capirebbero. E usa l’unico argomento che possono comprendere.
Ora, questa pagina ha un’indicazione eccezionale per la vita politica e sociale. Nell’attuale regressione, i “padroni” propongono il “patto di solidarietà”: cioè “solidarietà” verso di loro, non certo verso i lavoratori, cui si propone di lavorare il doppio e di essere pagati la metà. La volontà non dichiarata, ma evidente, è quella di asservire l’uomo ai propri desideri, ritenendolo una macchina per produrre e non una persona, portatrice di doveri, ma anche di diritti inalienabili.

Esattamente il contrario di ciò che la pagina del Vangelo suggerisce.

Nel presepe popolare, come lo si fa a Napoli, sul mondo del lavoro incombe il castello di Erode: il potere, per conservarsi, non arretra neanche di fronte alla strage degli innocenti.

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Il castello in cui si tiene il banchetto di Erode, nel presepe di Ines Pellegrini.

Ma l’Erode dei Vangeli ha quanto meno il coraggio delle proprie azioni: egli mostra apertamente il suo viso di infame despota, ha cioè una sua tragica e crudele  grandezza, tanto da essere assurto, nella sua efferatezza, a valore di simbolo.

Oggi, Erode non mostra il suo volto, ma si nasconde negli oscuri maneggi dell’alta finanza. Quelli che possiamo vedere non sono, infatti, degni di essere insigniti del nome di “Erode”, ma siedono, come suoi manutengoli, al banchetto nel suo castello.

Tanto per fare un esempio, credo che gli “esodati” sappiano bene chi immaginare, nel loro presepe, seduto al banchetto di Erode, forse anche nell’inconsapevolezza del male che ha compiuto e che continua a  compiere. Lì dove il mondo del consumo parassitario, gozzovigliando, medita una strage degli innocenti dopo l’altra.

Nel catechismo lessi, quand’ero ragazzino, che vi sono dei peccati contro lo Spirito Santo  che gridano vendetta al cospetto di Dio, peccati che non saranno perdonati né in questa vita, né in quella futura: tra essi, la frode nella mercede all’operaio.

Chi siede al banchetto di Erode, è dunque già perduto: si alzi, finché ne ha il tempo. Il presepe è lì ad ammonirlo perché non giochi la propria anima immortale contro gli effimeri onori e i materiali vantaggi di una politica distorta dal suo vero fine.

Io continuavo a parlare per le strade di Pitigliano e Roberto pazientemente ascoltava. Nella foga del discorso, non mi ero accorto che l’ora di pranzo era passata da un pezzo. Alla mia età non si ha molta  fame, ma Roberto è giovane e il suo stomaco protesta. A un certo punto attira la mia attenzione su un cartello e mi dice: “Zio, guarda, ci deve essere una trattoria dove fanno delle buone bistecche!”

pianta Pitigliano
La “bistecca” avvistata da Roberto, ovvero la pianta di Pitigliano.

Senonché, la “bistecca” era la carta topografica di Pitigliano. La fame gli faceva prendere lucciole per lanterne, cioè mappe per bistecche.

Non volli peccare anch’io, dopo quelle belle parole, contro lo Spirito, defraudando l’operaio della sua giusta mercede, e lo condussi in una buona trattoria, a rischiararsi la vista.

Naturalmente, pagherà il pranzo che gli ho offerto, sorbendosi un’altra tirata su il banchetto di Erode: naturalmente, ne farò partecipe anche te.

 

 

 

4 commenti

  1. A stomaco pieno, io la bistecca continuo a vederla…

  2. Quanta verità e quanta passione nelle tue parole, caro Italo, ma forse i manutengoli confidano nella Sua immensa misericordia, che ne pensi, caro Italo?

    • Penso che se confidano nella misericordia di Dio, pur continuando a fare i manutengoli di Erode, ebbene, commettono un altro peccato contro lo Spirito, la presunzione di salvarsi senza merito. No, Mariano, su questo non credo di potere avere dubbi: chi riduce alla disperazione i suoi simili, chi toglie ai giovani la speranza del futuro, chi prospera sulle miserie degli altri non può sperare nella misericordia di Dio. Il Vangelo, su questo, parla troppo chiaro. Ma continueremo a parlarne. Grazie di avermi scritto.

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