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dormitio virginis
Dormitio Virginis del Beato Angelico. 1492

L’Assunzione di Maria in uno scultore e uno scrittore

L’Assunzione di Maria al cielo fu rappresentata in terracotta policroma da mio padre Vincenzo. Anni ed anni dopo lessi una pagina di Giuseppe Marotta che, ne sono sicuro, a mio padre non sarebbe dispiaciuta.

L’Assunzione di Maria Vergine in cielo, nell’anima e nel corpo, ha fatto parte del patrimonio spirituale della Cristianità fin dai tempi antichi, nella ingenua fede che non era giusto che soggiacesse alla morte la Concepita senza peccato.

Nella tradizione si parla di dormitio Virginis, l’addormentarsi della Vergine, per risvegliarsi in Cielo con l’anima e con il corpo.

 

Dormitio Virginis
Dormitio Virginis, Beato Angelico – 1425 ca
Foto di Sailko (Creative Commons)

Mio padre, Vincenzo Sarcone, realizzò una volta in terracotta policroma l’Assunzione di Maria: un gruppo scultoreo che rappresentava il sublime momento in cui la Vergine ascende al cielo sulle nuvole che le fanno da gradini, mentre gli Angeli la contemplano estatici. Il Padre e, alla sua destra, il Figlio, Le pongono sul capo la corona che la consacra Regina degli Angeli e dei Santi, lo Spirito Santo, in forma di colomba, conclude la gloria di Maria.

 

Assunta Vincenzo Sarcone
Assunzione di Maria. Terracotta policroma di Vincenzo Sarcone. Intorno al 1950

Mio padre, nel rappresentare l’Assunzione di Maria, si mantiene aderente alla tradizione, come è naturale per uno scultore di arte sacra. Ma non rinuncia al tocco personale, che esprime sia la confidenza nella Vergine, caratteristica di tutti i membri della mia famiglia, sia l’amore alla famiglia stessa: la Vergine ha, come in tutte le sue opere, le fattezze di mia madre.

D’altra parte, nell’ascendere al cielo, la Vergine ha il viso estatico, sì, ma improntato ad una serena dignità. Ella è consapevole di salire in cielo a riscuotere un credito: quella gloria non è un semplice dono dall’alto, ma il coronamento di una vita all’impronta del sacrificio, della sofferenza, della donazione totale.

Nello stesso periodo, il nostro grande scrittore Giuseppe Marotta, di cui già ti ho parlato e di cui ancora ti parlerò, scrisse uno dei suoi libri più belli, Le madri.

Il libro è costituito da una serie di bozzetti, che presentano vari tipi di mamme, tutte accomunate dall’amore per i figli, soprattutto per quelli più sfortunati. Naturalmente, il pensiero dell’autore, nel delineare le varie figure di “madri”, è rivolto, e lo dice esplicitamente, a sua madre, che, egli ne è consapevole, non seppe amare quanto ella meritò. Ma quando mai un figlio ha saputo ripagare appieno l’amore di sua madre?

Ricordo un vecchio detto che non so se è solo napoletano o se è comune anche ad altri paesi:

‘na mamma è bbona pe’ ciento figli, ciento figli nun so’ bbuone pe ‘na mamma

 

copertina le madri
“Le madri” di Giuseppe Marotta. Bompiani 1952. Sovraccoperta

 

Un racconto, molto breve, di questo libro riguarda Maria: sì, proprio Lei, la Madonna, la Madre di Dio. E non poteva mancare, Lei che assomma tutte le Madri.

Siamo nel giorno glorioso dell’Assunzione di Maria. Leggi come il nostro scrittore rappresenta questo avvenimento, che, come ho detto, è uno di quelli capitali nella religione cristiana:

L’Assunzione. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, genuflessi, tremando, baciarono un lembo della tunica della piccola donna terrestre e dissero con profonda umiltà: “Rimettici, Maria, l’ansia della fuga in Egitto, il bruciore del distacco negli anni della predicazione, l’inaudito strazio che ti procurarono l’incoronazione di spine, la salita al Golgota, e la crocifissione”. Lei annuiva (“sì… grazie… sì, certo, vi assolvo… indegnamente… sì, benedetti, sì”) e come tutte le madri allorchè, vinta o non vinta, è finita una guerra, piangeva dirottamente.  p. 59

Qualche anima pia potrebbe essere turbata di fronte all”immagine, per nulla convenzionale,  delle Tre Persone della Santissima Trinità che, in ginocchio, chiedono perdono a Maria, nel giorno della Sua Assunzione,  delle sofferenze che Le hanno imposto e delle quali non vale a ripagarla neppure tutta questa gloria.

Ma, superato il primo sbigottimento, c’è davvero da riflettere: nel “Padre nostro”, la preghiera che Gesù stesso ci ha insegnata, diciamo “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”… e Maria non ha debiti che Le debbano essere rimessi, poiché è la Concepita senza peccato … Ella ha solo crediti, avendo detto quel “Sì” che la faceva Madre non solo di Dio, ma di tutta l’Umanità, peccatrice e sofferente.

Ricordi come si concludeva il Cantico di Natale di Sant’Alfonso (vedilo qui)?

Pensa ca pure

si’ fatta Mamma de li piccature

E v è adombrato, in questo breve racconto, il grande mistero del dolore e del male, che filosofi, poeti e teologi hanno indagato per secoli, senza venirne a capo. Forse perché non si può venire a capo del senso del dolore, che sembra essere costitutivo della nostra povera realtà. E forse neanche Dio può evitare la sofferenza alle Sue creature, se non ha potuto evitarla neppure a Colei che è Sua Figlia, Sua Sposa e Sua Madre.

La capacità di Giuseppe Marotta è di nascondere una straordinaria profondità di pensiero sotto un’apparente facilità di scrittura. E, come scrisse Giuseppe Pontiggia, la profondità si cela in superficie.

Se credi di trovare qualche cosa di blasfemo in questa pagina, non dartene troppo pensiero: Gesù disse che qualsiasi bestemmia un uomo pronunci, gli può essere perdonata. Figùrati, allora, se non perdonerà una pagina “blasfema” scritta per amore della Madre.

E sofférmati, ti prego, sull’ultima frase di questo che è quasi un apologo: la prima metà del secolo era stata straziata da due terribili guerre: e in ogni guerra lo strazio più profondo tocca alle madri. Se leggerai il libro per intero, penetrerai ancor più il signifcato di questo breve passo che ti ho proposto.

Per parte mia, quando lo lessi la prima volta, sentii il classico groppo alla gola: avrei voluto leggerlo a mio padre, se non fosse stato chiamato in cielo tanti anni prima. Sono sicuro che gli sarebbe piaciuto.

“Le madri” di Marotta si conclude con un altro racconto, più lungo, dedicato anch’esso a Maria. Di questo ti parlerò un’altra volta, contento, per ora, se sono riuscito a sollecitare il tuo interesse verso un aspetto su cui insisto spesso: sono i grandi interrogativi senza risposta della nostra povera umanità che, ne siamo o no coscienti, ci spingono, ogni Natale, a “fare il presepe”.

2 commenti

  1. Altro che blasfemo, caro Italo, ho fatto leggere l’articolo a mia madre e mi ha chiesto di lasciarla da sola dalla profonda commozione, non riusciva più a parlarmi.
    Il gruppo scultoreo realizzato dal tuo papà è meraviglioso, ma adesso dove si trova?
    Mariano

    • Caro Mariano, ringrazia tua madre per me: la sua commozione è la migliore ricompensa alla mia fatica di scrivere. Perché scrivere non è, come qualcuno potrebbe credere, un piacere, ma un dovere che costa pena. E solo quando accadono cose così, lo scrittore sa che valeva la pena di muovere la penna o di picchiare sulla tastiera. Dov’è l’opera di mio padre, non lo so: in qualche parte del mondo, dove qualcuno la detiene contro ogni legge umana e divina. Per questo, disprezzo un certo tipo di collezionismo… che non si arresta di fronte a nulla, pur di appagare il suo solipsistico piacere.
      Grazie sempre dell’affetto con cui mi segui. E leggi il prossimo, sempre su Marotta, che non sarà affatto da meno.

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